Ero fuori con il cane.

Una cosa normalissima. Una passeggiata nei giardini intorno a casa, un pomeriggio d’agosto.

C’erano tre o quattro ragazzini in bicicletta. Tredici, forse quattordici anni. Giravano lì intorno come fanno i ragazzi quando non hanno un posto preciso dove andare.

Dalla strada opposta ne è arrivato un altro.

Un po’ più grande, forse.

Si conoscevano.

Uno del gruppo gli si è avvicinato e, indicando l’amico, gli ha detto:

«Lui ti vuole abbracciare.»

Il ragazzo ha risposto con una gentilezza che mi ha colpito.

Aveva una voce molto delicata, modi aggraziati.

«No, ora non posso, grazie. Devo andare a casa. Magari la prossima volta mi accompagnate.»

Poi ha detto qualcosa del tipo:

«Lo so che voi siete dei bravi amici.»

Non ricordo ogni parola esatta.

Ricordo però perfettamente quello che è successo dopo.

Mentre si allontanavano, uno dei ragazzi ha gridato:

«Non succederà mai. Noi ci trasferiamo tutti e quattro perché non ti vogliamo.»

Un altro ha risposto:

«Ma dai, poverino.»

Io ho continuato a camminare.

E mi sono incazzato.

Non so chi sia quel ragazzo

Non so il suo nome.

Non so dove viva.

Non so chi gli piaccia.

Non so se sia gay, etero, bisessuale o se a tredici o quattordici anni abbia semplicemente cose più interessanti a cui pensare.

E non voglio saperlo.

Perché sarebbe già un errore.

Una voce delicata non è un orientamento sessuale.

Un movimento aggraziato non è una dichiarazione.

E soprattutto non dovrebbe essere necessario sapere chi desidera qualcuno per decidere se merita rispetto.

So soltanto quello che ho visto.

Un ragazzo gentile.

E quattro ragazzi che avevano capito che quella gentilezza poteva essere usata contro di lui.

Questo mi basta.

Chi glielo ha insegnato?

La domanda più facile sarebbe: che ragazzini di merda.

Lo confesso, è stata anche la prima che mi è venuta.

Poi però ce n’è un’altra, molto più interessante.

Chi gli ha insegnato che proprio lui era quello giusto da prendere in giro?

Perché questa cosa da qualche parte si impara.

Qualcuno ci insegna che una voce è troppo femminile.

Che un gesto non è abbastanza maschile.

Che un corpo è troppo grasso.

Un altro troppo magro.

Che un ragazzo è strano.

Che una ragazza è facile.

Che uno è frocio.

Che l’altro è sfigato.

Cambiano le parole.

Il meccanismo è sempre terribilmente efficiente.

Troviamo una differenza.

La indichiamo.

Aspettiamo che gli altri ridano.

Ed ecco costruita la normalità.

Non credo che quattro ragazzi di tredici anni si siano seduti una sera a elaborare una teoria sociale dell’esclusione.

L’hanno assorbita.

Da casa.

Da scuola.

Dagli amici.

Da noi adulti.

Da quello che diciamo quando crediamo che non stiano ascoltando.

Dalle battute che definiamo innocenti.

Da internet.

Da tutto.

I ragazzi non nascono sapendo chi deve stare fuori. Prima o poi qualcuno glielo insegna.

La parola importante non era “tu”

Era noi.

«Noi ci trasferiamo tutti e quattro perché non ti vogliamo.»

Noi.

Quattro contro uno.

Noi siamo qui.

Tu sei lì.

Noi decidiamo chi appartiene.

Tu aspetti di scoprirlo.

È questo che mi è rimasto addosso.

Perché l’esclusione non ha sempre bisogno di violenza.

Non servono pugni.

Non serve spingere qualcuno contro un muro.

Qualche volta basta comunicargli che il posto che pensava di avere non esiste.

E a tredici anni un «non ti vogliamo» può essere molto più grande di quattro parole.

Può diventare una domanda.

Cosa devo cambiare perché mi vogliano?

Forse la voce.

Forse il modo di camminare.

Forse le mani.

Forse non devo essere così gentile.

Forse devo parlare diversamente.

Forse devo ridere quando ridono loro.

Forse devo imparare a essere un po’ meno me.

È così che a volte cominciamo a costruire una versione accettabile di noi stessi.

Non perché qualcuno ce lo ordini.

Perché abbiamo capito il prezzo dell’ingresso.

Quello che ha detto “poverino”

Poi c’è lui.

Il ragazzo che ha detto:

«Ma dai, poverino.»

È quello a cui continuo a pensare.

Perché aveva capito.

Aveva sentito che erano andati oltre.

Per un secondo è uscito dal gruppo e ha visto la persona dall’altra parte.

Poi però è rimasto nel gruppo.

E questa forse è la parte più scomoda della storia.

Pensiamo spesso che in una scena del genere esistano due ruoli.

Il bullo.

La vittima.

Non è vero.

Ce n’è almeno un terzo.

Il pubblico.

Quello che ride.

Quello che sorride.

Quello che guarda il telefono.

Quello che pensa «poverino».

Quello che non è d’accordo, però non abbastanza da rischiare di diventare il prossimo.

Ed è proprio il pubblico che può trasformare una cattiveria in uno spettacolo.

Senza pubblico, molte crudeltà diventano improvvisamente molto meno divertenti.

Poi ci sono io

E qui la storia diventa fastidiosa.

Perché anch’io ero lì.

E non ho fatto niente.

Ho continuato a camminare.

Mi sono arrabbiato.

Ho pensato che avrei voluto prenderli tutti e quattro e scuoterli.

Ma non ho detto niente.

Una parte di me ha pensato che se fossi intervenuto avrei iniziato una discussione. E conoscendomi, probabilmente saremmo ancora lì.

Bella scusa.

La verità è che non sono intervenuto.

Ed è proprio questo che mi ha fatto pensare.

Perché è facilissimo tornare a casa e chiedersi dove siano i genitori.

Dove sia la scuola.

Cosa insegni la società.

Molto più difficile è chiedersi:

io ero lì. Cosa ho insegnato con il mio silenzio?

Non significa che un adulto debba affrontare aggressivamente quattro minorenni.

Anzi.

Ma forse bastava una frase.

«Ragazzi, non è divertente.»

Cinque parole.

Niente predica.

Niente processo.

Niente eroe.

Soltanto qualcuno che interrompe per un secondo la certezza che quello che stanno facendo sia normale.

Non l’ho fatto.

La prossima volta spero di farlo.

Non voglio salvare quel ragazzo

C’è anche un’altra trappola.

Trasformarlo nel ragazzino fragile da proteggere.

Non lo conosco abbastanza nemmeno per questo.

Magari è molto più forte di quanto immagini.

Magari è tornato a casa, ha mangiato qualcosa e cinque minuti dopo stava pensando ad altro.

Me lo auguro.

Oppure quella frase gli ha fatto male.

Non lo so.

Non voglio costruirgli addosso una storia soltanto perché per qualche minuto l’ho osservato.

Sarebbe un’altra maniera di decidere chi è senza chiederglielo.

Quello che posso raccontare è ciò che quella scena ha fatto a me.

Ho riconosciuto qualcuno

La rabbia è arrivata troppo velocemente per essere soltanto indignazione.

Mi ha colpito in un posto preciso.

In quel ragazzo ho riconosciuto qualcosa.

Una delicatezza.

Un modo di stare nel corpo.

Una grazia forse un po’ esposta.

E improvvisamente non avevo più sessantun anni.

Non so nemmeno dire quale età avessi.

Ho soltanto riconosciuto un ragazzo che avrei potuto essere io.

Forse, in qualche modo, lo sono stato.

Ed è probabilmente per questo che per qualche secondo avrei voluto reagire al posto suo.

Non perché lui avesse bisogno di me.

Forse ero io che avrei voluto che qualcuno, tanti anni fa, avesse reagito per quel ragazzo che ricordavo.

Questa è la parte che fa male.

Perché certe scene non appartengono soltanto al presente.

Trovano una porta lasciata aperta e ci entrano.

Non diventare meno

Non so cosa avrei detto a quel ragazzo se fossimo rimasti soli.

Probabilmente niente.

Sarebbe stato abbastanza inquietante che uno sconosciuto adulto gli facesse improvvisamente un discorso sulla vita mentre porta a spasso il cane.

Però so cosa avrei voluto che capisse.

Non devi abbassare la voce.

Non devi controllare le mani.

Non devi occupare meno spazio.

Non devi diventare più duro.

Non devi diventare meno gentile.

Non devi diventare meno te per rendere più tranquilli gli altri.

E soprattutto non devi trasformarti nella persona che oggi ti ha fatto male soltanto per evitare che domani facciano male ancora a te.

Perché forse è così che il meccanismo continua.

Qualcuno viene escluso.

Impara le regole.

E qualche anno dopo, pur di stare finalmente dalla parte del noi, trova qualcun altro da lasciare fuori.

È questa la parte che dovremmo interrompere.

Non soltanto il bullismo.

La fabbrica che produce continuamente qualcuno da non volere.

Quattro ragazzini oggi gli hanno detto:

«Non ti vogliamo.»

Io non so se domani se ne ricorderanno.

Lui forse sì.

Continua il pensiero

Prima di essere esclusi, impariamo quanto costa appartenere.

Io, te e Technogym guarda l’altra faccia dello stesso meccanismo: quello che facciamo a noi stessi per sentirci ammessi.

Continua il pensiero →