Riflettendo sugli articoli che ho scritto, mi accorgo che il corpo continua a tornare.
Non perché abbia deciso di trasformare MOREL in una rivista di fitness. Sarebbe anche piuttosto curioso, considerando che sono sempre stato abbastanza pigro.
Torna perché l’immagine, oggi, è difficile da evitare.
Forse è sempre stata importante. Probabilmente sì. Solo che adesso la guardiamo molto di più. La fotografiamo, la misuriamo, la confrontiamo. E soprattutto abbiamo a disposizione una quantità infinita di altri corpi con cui sentirci improvvisamente inadeguati.
Non penso ci sia niente di sbagliato nel prendersi cura di sé.
Allenarsi fa bene. Sentirsi più forti fa bene. Guardarsi allo specchio e piacersi un po’ di più può essere una sensazione bellissima.
Il problema è capire quando quel piacere smette di essere un piacere.
E comincia a comandare.
Noi facevamo sport
La mia generazione aveva un rapporto diverso con tutto questo.
O facevi sport a scuola, o giocavi a qualcosa, oppure niente. Le palestre esistevano, naturalmente, ma non erano ancora diventate quello che sono oggi. Non erano una parte così importante dell’identità, della socializzazione e, in certi ambienti, persino dell’appartenenza.
Noi facevamo sport.
Oggi, molto più spesso, si costruisce il corpo.
Non è esattamente la stessa cosa.
Non voglio fare il nostalgico professionista del “ai miei tempi”. Ogni generazione ha avuto le proprie ossessioni, e alcune erano decisamente peggiori.
E poi la palestra oggi svolge anche una funzione che trovo importante.
È un luogo dove si incontrano persone. In un tempo in cui molti vivono soli, lavorano da casa, parlano attraverso uno schermo e ordinano perfino la cena senza vedere nessuno, andare in un posto dove riconosci delle facce e scambi due parole può essere una forma di socialità.
Ben venga.
La domanda è un’altra.
Cosa succede quando per appartenere a quel luogo cominciamo anche a sentire di dover assomigliare alle persone che lo frequentano?
Lo specchio non dice mai basta
Entri per stare meglio.
Poi guardi quello accanto. Più spalle. Quello davanti: più petto. Quello sulla panca: più definito.
Il personal trainer ti spiega che puoi fare ancora un po’ di più.
Naturalmente puoi.
Poi torni a casa e continui il confronto senza nemmeno accorgertene. Instagram. TikTok. Pubblicità. Fotografie. Prima e dopo. Altri corpi, altri risultati, altri obiettivi.
Non serve un manuale di psicologia per capire il meccanismo: ci confrontiamo con chi abbiamo davanti. Il problema è che oggi quel “davanti” non finisce più quando usciamo dalla palestra.
E lentamente il metro cambia.
Tre anni fa avresti pagato per avere il corpo che hai oggi.
Oggi lo guardi e vedi soprattutto quello che manca.
È questo il passaggio che trovo interessante. Non migliorarsi.
Abituarsi al miglioramento fino al punto in cui non basta più.
Lo specchio ha un difetto: se lo interroghi abbastanza a lungo, prima o poi trova qualcosa da correggere.
Dopo il curriculum arriva il passaporto
Ho già scritto del corpo come curriculum. Del fatto che spesso entra in una stanza qualche secondo prima di noi e viene immediatamente letto, classificato, giudicato.
Ma forse c’è un passaggio successivo.
Quando il corpo non serve più soltanto a essere valutati.
Serve a sentirsi ammessi.
In alcuni ambienti gay questo meccanismo può essere particolarmente evidente.
Non in tutti. E non per tutti.
Ma sarebbe ingenuo fingere che non esista.
Il corpo diventa un codice. Un modo per essere visibili, sentirsi desiderabili, sentirsi ancora dentro il gioco.
Palestra, definizione, età, fotografie, posizione sessuale, tribù, categorie.
Una specie di carta d’identità con addominali.
E qui nasce un paradosso.
Un corpo perfetto può essere un biglietto d’ingresso. Non garantisce che qualcuno voglia restare nella stanza.
Lo so anche per esperienza.
Ho avuto fidanzati palestrati, corpi magnifici. Alcuni erano anche narcisi, noiosi e, in certi momenti, quasi insopportabili.
Il muscolo non aveva risolto il problema.
E mi è successo anche il contrario: giudicare qualcuno in fretta e poi scoprire, parlando, che aveva qualcosa che nella fotografia non avevo visto.
Perché il fascino ha questa fastidiosa abitudine.
Fa quello che vuole.
Non sempre collabora con gli addominali.
Io, te e Technogym
Poi arriva il momento in cui la palestra può entrare anche nelle relazioni.
Tu.
Lui.
E Technogym.
Cena? Dipende dall’allenamento.
Weekend? Controlliamo se c’è la palestra.
Vacanza? Va benissimo, ma magari non proprio sette giorni senza pesi.
Non sto prendendo in giro chi si allena seriamente. La disciplina può essere una cosa meravigliosa.
Ma se saltare un allenamento produce ansia, irritazione o senso di colpa, qualcosa forse merita almeno una domanda.
La linea tra passione e ossessione non è scritta sul numero di ore trascorse in palestra.
È nella libertà.
Se puoi fermarti senza sentirti crollare addosso qualcosa, probabilmente sei ancora tu a decidere.
Se non puoi, forse il rapporto si è complicato.
Più grosso, più definito, più tutto
E poi l’occhio si abitua.
Questo non riguarda soltanto la palestra.
Lo vediamo anche nell’estetica.
Un piccolo ritocco. Poi un altro. Un po’ più di volume, di zigomo, di labbra. Un po’ più di muscolo. Un po’ più di definizione.
Niente sembra enorme mentre succede.
Il limite si sposta lentamente, millimetro dopo millimetro.
E qualche volta, guardando una fotografia di dieci anni prima, ci si accorge che nel tentativo di diventare “meglio” siamo diventati semplicemente molto diversi.
Non voglio decidere io quale sia il limite degli altri. È esattamente il tipo di tribunale da cui sto cercando di uscire.
Ma una domanda possiamo farcela:
quando abbiamo smesso di sapere cosa significa abbastanza?
Perché più modifichiamo il corpo, più rischiamo di modificare anche il nostro metro di misura.
E tornare indietro, quando finalmente ce ne accorgiamo, non è sempre così semplice.
Il corpo alla moda
La cosa ancora più assurda è che gli ideali cambiano.
Un giorno bisogna essere asciutti. Poi grossi. Poi definiti.
Poi arriva il dad bod.
Poi il belly.
Poi essere chubby diventa quasi un culto.
Poi tornano gli addominali.
Le donne lo conoscono da molto più tempo.
Magre. Curve. Più seno. Meno seno. Più culo. Vita stretta. Naturali. Rifatte. Poi di nuovo naturali, purché naturalmente perfette.
È estenuante solo a scriverlo.
Se il corpo diventa una moda, rischiamo di trattare noi stessi come una collezione stagionale.
E c’è un piccolo problema.
La moda cambia. Il corpo resta.
Naturalmente, prima guardiamo
A questo punto sarebbe ridicolo fingere che la bellezza non conti.
Conta eccome.
L’interesse sessuale spesso parte dagli occhi.
Una bella faccia può metterci immediatamente qualcuno in cima alla lista. Un bel corpo può accendere il desiderio. A volte basta un culo.
Non serve trasformare tutto in filosofia.
Io, per esempio, per anni mi sono salvato con un culo da copertina.
Lo devo ammettere.
Oggi, purtroppo, non fa più tutta questa differenza.
E forse è proprio questo il punto.
Quando una parte di noi ha funzionato bene per molto tempo, rischiamo di trattarla come una rendita.
Solo che non lo è.
E anche se accanto abbiamo il corpo più bello del mondo, questo non impedisce agli occhi di vedere il resto.
Passerà qualcuno con più culo. Più petto. Più giovinezza. Più qualcosa.
E il nostro cervello, per tre secondi, considererà quell’informazione fondamentale.
Come la mettiamo?
La bellezza può vincere il primo round. Non firma il contratto per tutta la vita.
Se la nostra sicurezza dipende dall’essere sempre il corpo più desiderabile nella stanza, siamo già nei guai.
Perché prima o poi entrerà qualcuno con più qualcosa.
Quello che Technogym non insegna
E poi rimane tutto il resto.
Fascino. Classe. Educazione. Naturalezza. Ironia. Presenza. La capacità di ascoltare. Il modo in cui fai sentire una persona quando è accanto a te.
La classe, almeno per come la intendo io, non appartiene a uno status sociale.
Può averla chiunque.
E può non averla qualcuno vestito da capo a piedi con cose costosissime.
Un abito può valorizzarci. Un gioiello può piacerci. Un corpo allenato può farci sentire magnificamente.
Ma non possono fare il lavoro al posto nostro.
Puoi avere un corpo perfetto e nessuna grazia.
Puoi avere un orologio costosissimo e nessuna misura.
Puoi essere impeccabile e rendere comunque una cena interminabile dopo sette minuti.
Il corpo può aprire una porta. Non sa cosa dire una volta entrato.
Forse alcune qualità si possono coltivare. Educazione. Curiosità. Sensibilità. La capacità di non occupare tutto lo spazio.
Ma costruire l’immagine di una persona affascinante non significa diventarlo.
A volte succede quasi il contrario.
Più proviamo disperatamente a sembrare interessanti, più si vede lo sforzo.
Più curati, meno soddisfatti
Forse la domanda più grande è questa.
Non siamo mai stati così attrezzati per migliorare il nostro aspetto.
Palestre. Nutrizione. Cosmetica. Chirurgia. Trattamenti. App. Filtri. Informazioni. Programmi. Coach.
Eppure non sono sicuro che tutto questo ci abbia resi proporzionalmente più soddisfatti.
Forse ci ha resi più curati.
Ma anche più allenati a trovare un difetto.
Più consapevoli del corpo.
E qualche volta più schiavi del corpo.
Non significa che dobbiamo smettere di prendercene cura. Sarebbe una conclusione sciocca.
Significa forse che dovremmo recuperare una parola molto meno spettacolare.
Moderazione.
Stare bene. Essere piacevoli. Valorizzarsi. Allenarsi. Curarsi.
E poi vivere.
Perché la cura di sé dovrebbe servire a farci stare meglio.
Se invece ci lascia continuamente con la sensazione di non essere ancora abbastanza, forse vale la pena chiederci chi stiamo cercando di soddisfare.
Gli altri?
Lo specchio?
La moda?
La nostra paura di non essere più scelti?
Io una risposta definitiva non ce l’ho.
Sono abbastanza imperfetto e, tutto sommato, mi va bene così.
Certo che vorrei migliorare alcune cose.
Poi penso che, alla fine, o mi si ama o mi si odia.
E soprattutto non ho nessuna intenzione di passare il resto della vita a fare manutenzione alla carrozzeria dimenticandomi di portarla da qualche parte.
La carrozzeria aiuta. Ma prima o poi devi scoprire se dentro c’era anche qualcos’altro.
Forse il vero lusso oggi non è essere perfetti.
È sapere quando basta.
Continue the Thought
Quanto di ciò che cerchi di migliorare nasce davvero da te — e quanto dal bisogno di sentirti ammesso?
