Ci hanno insegnato parecchi doveri.

Essere responsabili. Mantenere la parola. Non sparire quando qualcuno ha bisogno di noi. Portare a termine quello che abbiamo iniziato.

Tutto giusto.

Il problema è che nessuno ci insegna con la stessa precisione i diritti.

Il diritto di cambiare idea, per esempio.

Che sembra una cosa semplicissima finché non lo fai davvero.

Perché cambiare idea spesso significa guardare qualcosa che hai difeso per anni e dire: no, aspetta, forse non la penso più così.

E lì comincia il processo.

“Ma avevi detto…”

“Ma tu sei sempre stato…”

“Ma non eri quello che…”

Come se a venticinque anni avessimo firmato un contratto notarile con la nostra personalità.

Io quel contratto non me lo ricordo.

Possiamo cambiare idea.

Possiamo cambiare desideri.

Possiamo scoprire che qualcosa che volevamo disperatamente non ci interessa più.

Non è necessariamente incoerenza.

Qualche volta siamo semplicemente andati avanti.

Il dovere di non deludere

Ci sono doveri che nessuno ci assegna ufficialmente.

Eppure ce li portiamo dietro per anni.

Uno dei più pesanti è il dovere di non deludere.

Può cominciare molto presto.

Il fratello che sembra più bravo.

Il cugino preso come esempio.

Quello che ha già capito cosa fare della propria vita mentre tu stai ancora cercando di capire chi sei.

Il confronto, ripetuto abbastanza a lungo, diventa una misura.

E se quella misura continua a dirti che vali meno, a un certo punto non serve più che siano gli altri a ricordartelo.

Hai imparato a farlo da solo.

Io l’ho fatto per anni.

Ed è lì che molte cose cambiano significato.

Non cerchi più soltanto di riuscire.

Cerchi una prova.

Un lavoro deve dimostrare che sei capace.

Una relazione deve dimostrare che qualcuno può sceglierti.

Il corpo, la casa, il successo diventano testimoni a tuo favore.

Perfino la felicità rischia di trasformarsi in qualcosa da esibire.

Guardate.

Sto bene.

Avete visto?

Valevo qualcosa.

La cosa assurda è che spesso le persone a cui stiamo ancora cercando di dimostrare tutto questo non ci stanno nemmeno più guardando.

Noi, invece, continuiamo il processo.

Le prove, a un certo punto, devono finire

Una volta ho avuto bisogno di dimostrare a me stesso che potevo costruire qualcosa da zero.

L’ho fatto.

Mi è servito.

Ma a un certo punto anche le prove devono finire.

Non possiamo passare tutta la vita in tribunale a difendere il nostro valore.

La storia completa di quel momento è qui: Il locale che non stavo cercando

Poi c’è stata una prova molto meno spettacolare.

Vivere da solo.

Con pochi soldi.

Pagare le spese.

Attraversare giornate difficili senza qualcuno che venisse a risolverle al posto mio.

Nessuno applaude per queste cose.

Eppure forse è lì che ho imparato di più.

Il successo non è sempre salire.

Qualche volta è guardarsi e pensare: sono ancora qui. E sto in piedi.

Il diritto di smettere di dimostrare

Per una parte enorme della mia vita ho cercato di dimostrare che non valevo zero.

Oggi vedo il paradosso.

Ogni volta che cercavo una prova del contrario, continuavo a riconoscere autorità a quella vecchia accusa.

Era come dire:

non è vero che non valgo niente, e adesso ve lo dimostro.

Solo che così continuavo ad accettare che qualcuno avesse il diritto di giudicarmi.

Poi la domanda è cambiata.

Non più: come faccio a dimostrare quanto valgo?

Ma: perché devo continuare a dimostrarlo?

Questa domanda ha liberato più spazio di molti successi.

Non penso di essere immune dal giudizio.

Magari.

Però non voglio più costruire la mia vita come risposta alle aspettative di qualcun altro.

Credo sia questo uno dei diritti che dimentichiamo più facilmente:

il diritto di smettere di gareggiare.

Perché certe volte inseguiamo qualcosa convinti che sia un desiderio.

E invece è una risposta.

A un genitore.

A un ex.

A un insegnante.

A qualcuno che ci ha fatto sentire piccoli.

E allora la domanda diventa inevitabile:

quanto di quello che desidero è davvero mio?

E quanto serve ancora a dimostrare qualcosa?

Non so se possiamo rispondere completamente.

Ma anche solo iniziare a distinguere le due cose cambia parecchio.

Forse alcune vittorie cominciano proprio quando smettiamo di avere bisogno di vincere.

Il diritto di abbassare la guardia

Poi c’è l’autosufficienza.

Che è una cosa bellissima.

Finché non diventa una religione.

Imparare a cavarsela da soli dà forza.

Ma può anche insegnarti a non chiedere.

A non appoggiarti.

A non far vedere che sei stanco.

Io so stare da solo.

L’ho fatto.

Lo faccio.

Ma questo non significa che voglio essere sempre quello che tiene tutto insieme.

Ogni tanto vorrei anche essere quello che si appoggia.

Non parlo di essere salvato.

Parlo di qualcosa di molto più semplice.

Un abbraccio.

Una presenza.

Qualcuno che per cinque minuti faccia sentire che non devi occuparti di tutto tu.

Non credo ci sia un’età dopo la quale smettiamo di avere bisogno di questo.

Essere adulti non dovrebbe significare essere invulnerabili.

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Il diritto di cambiare quello che cerchiamo

Anche quello che vogliamo dalle persone può cambiare.

Possiamo aver cercato leggerezza e cominciare a desiderare intimità.

Possiamo aver voluto sesso senza complicazioni e scoprire che ci piacerebbe qualcuno che la mattina fosse ancora lì.

Possiamo aver desiderato una relazione e capire che, in quel momento della vita, stiamo meglio soli.

Non siamo obbligati a essere fedeli ai desideri della persona che eravamo dieci o vent’anni fa.

Ma c’è una parte meno poetica.

Dire “oggi voglio qualcosa di più profondo” è facile.

Dare a una persona il tempo di diventare qualcosa di più di tre fotografie, una bio e qualche messaggio è più complicato.

Perché magari vogliamo profondità.

Possibilmente entro venerdì.

Ed è qui che il discorso diventa interessante.

Cambiare desiderio non basta.

Bisogna anche cambiare il modo in cui ci comportiamo davanti a quel desiderio.

Se voglio qualcosa di diverso, forse devo lasciare spazio a qualcosa di diverso.

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Il diritto di non rinnegare chi siamo stati

Cambiare non significa guardare indietro e vergognarsi.

Non dobbiamo odiare la persona che siamo stati per diventare quella che siamo oggi.

Quella persona ha fatto quello che poteva con quello che sapeva.

A volte bene.

A volte malissimo.

A volte con una notevole creatività nel prendere decisioni sbagliate.

Ma era comunque noi.

Possiamo guardare una vecchia versione di noi stessi e pensare:

non farei più quella scelta.

Senza trasformare quella scelta in un’identità.

Ho fatto una cosa sbagliata.

Non significa:

sono quella cosa.

Questa differenza cambia molto.

Il diritto di cambiare ancora

Mentre scrivo tutto questo so già che potrei rileggerlo tra un anno e pensarla diversamente.

Spero di sì.

Sarebbe abbastanza triste arrivare a un punto della vita e dire:

bene, ho capito tutto.

Adesso non cambio più.

Questa pagina quindi non è definitiva.

Potrebbe crescere.

Potrebbe perdere dei pezzi.

Potrei cancellare una frase che oggi mi sembra intelligente e tra sei mesi mi farà alzare gli occhi al cielo.

Va bene.

Sarebbe perfettamente coerente.

Perché forse il diritto più importante è proprio questo:

non essere obbligati a restare fedeli per sempre a una versione di noi stessi.

Possiamo cambiare idea.

Possiamo cambiare sogno.

Possiamo cambiare modo di amare.

Possiamo cambiare ciò che consideriamo successo.

Possiamo cambiare idea perfino su chi pensavamo di essere.

E non dobbiamo chiedere il permesso.
Nemmeno a noi stessi.

Cambiare non chiude il discorso. Lo sposta.

Continua con: Non siamo obbligati a restare uguali