Ultimamente mi capita una cosa abbastanza ridicola.

Dico di volere qualcosa di più profondo.

Poi apro un’app e valuto una persona in quattro secondi.

Forse cinque, se sono particolarmente riflessivo.

Non è esattamente un metodo antropologico.

Eppure lo faccio.

Guardo una fotografia. L’età. La distanza. Due righe di profilo. Magari una parola che non mi piace.

E decido.

Avanti.

La cosa interessante è che detesto quando succede a me.

Vorrei essere conosciuto.

Vorrei che qualcuno andasse oltre una fotografia, oltre l’età, oltre il corpo, oltre tutte quelle informazioni che sembrano innocue finché non diventano una graduatoria.

Poi faccio esattamente la stessa cosa agli altri.

Siamo creature di una coerenza commovente.

Prima bisognava incontrarsi

Una volta, per conoscere qualcuno, bisognava conoscerlo.

Lo so. Sembra una frase scritta da mio nonno.

Ma pensaci.

Potevi incontrare qualcuno in un bar, a una festa, a casa di amici. Magari all’inizio non ti diceva niente.

Poi parlava.

Rideva.

Diceva una cosa intelligente.

Oppure una cosa completamente stupida, ma nel modo giusto.

Lo rivedevi.

Cominciavi a riconoscere la voce, le mani, il modo in cui si muoveva.

Una persona poteva diventare attraente mentre la conoscevi.

Questa possibilità oggi esiste ancora, ovviamente.

Solo che prima bisogna superare il controllo passaporti.

Controllo passaporti

Età.

Altezza.

Corpo.

Lavoro.

Dove vivi.

Che cosa cerchi.

Che ruolo hai a letto.

Foto recenti?

Recenti davvero o recenti secondo il calendario giuliano?

Se tutto è in ordine, forse arriviamo alla personalità.

Ironia.

Tenerezza.

Intelligenza.

Capacità di ascoltare.

Come tratta un cameriere.

Come reagisce quando sei triste.

Se sa stare in silenzio senza prendere il telefono dopo dodici secondi.

Dettagli.

Prima vediamo gli addominali.

Siamo seri.

Non sto fingendo che l’aspetto fisico non conti.

Conta.

Il desiderio esiste e non si può educare con una circolare ministeriale.

Io ho preferenze. Tu hai preferenze. Anche quello che pubblica frasi sull’importanza dell’anima e poi filtra per età le ha.

Il problema non è guardare.

Il problema è quando lo sguardo diventa già la sentenza.

Il prossimo potrebbe essere migliore

Le app ci hanno dato una sensazione potentissima:

che dopo ci sia sempre qualcun altro.

Più bello.

Più giovane.

Più compatibile.

Più vicino.

Più tutto.

La persona che abbiamo davanti ha un problema enorme.

Esiste.

Ha difetti. Contraddizioni. Un passato. Un corpo vero. Può annoiarci. Può deluderci. Magari russa.

Il prossimo invece è perfetto.

Per forza.

Non lo conosciamo ancora.

La fantasia gode sempre di condizioni commerciali migliori della realtà.

La parte che capisco

Però non voglio fare la morale.

Perché capisco benissimo da dove viene questa fretta.

Siamo stanchi.

Di appuntamenti inutili.

Di conversazioni iniziate con entusiasmo e finite con un pollice alzato.

Di ghosting.

Di ricominciare da capo con: cosa fai, dove vivi, cosa cerchi.

A un certo punto anche la propria biografia comincia a sembrarti una FAQ.

E poi c’è il tempo.

Quando non hai più vent’anni, lo senti diversamente.

Non necessariamente come tragedia.

Ma lo senti.

Un anno passa.

Poi un altro.

E quindi vuoi essere più selettivo.

Vuoi evitare errori.

Vuoi riconoscere subito quello che non funzionerà.

Solo che qui arriva il paradosso.

Abbiamo così paura di perdere tempo che non diamo più tempo alle persone.

E poi passa un altro anno.

Io vorrei essere conosciuto. Tu possibilmente no.

Questa è la parte meno elegante.

Io vorrei che qualcuno avesse pazienza con me.

Che non decidesse immediatamente quanto valgo.

Che pensasse: aspetta, vediamo.

Ma quante volte lo faccio io?

Non abbastanza.

Anch’io ho scartato persone troppo presto.

Anch’io ho dato significato a un corpo, a un’età, a una fotografia.

Anch’io probabilmente mi sono perso qualcuno.

È molto facile denunciare la superficialità quando siamo dalla parte di chi viene scartato.

Diventa più interessante quando ricordiamo tutte le volte in cui il dito sul pulsante era il nostro.

Il mercato

Qualche volta il dating sembra davvero un mercato.

Ci sono i profili premium.

Quelli che sembrano non conoscere mai i saldi.

Poi ci siamo tutti noi.

Packaging dignitoso. Qualche ammaccatura sulla scatola. Recensioni miste.

Non perché siamo merce.

È proprio questo il punto.

Ma abbiamo imparato a usare parole e logiche da mercato: valore, domanda, visibilità, competizione, fascia d’età.

A un certo punto manca solo “aggiungi al carrello”.

E il mercato ha una caratteristica poco romantica:

prima o poi cambia categoria anche a te.

Non essere abbastanza

Forse la parte più dolorosa non è nemmeno il rifiuto.

Il rifiuto fa parte della vita.

Non possiamo piacere a tutti e, francamente, sarebbe anche un lavoro a tempo pieno.

Quello che fa male è pensare:

non sono abbastanza per essere scelto.

Non abbastanza bello.

Non abbastanza giovane.

Non abbastanza desiderabile.

E soprattutto essere esclusi prima che qualcuno abbia avuto il tempo di scoprire se c’era altro.

Essere lasciati dopo essere stati conosciuti può spezzare il cuore.

Essere scartati prima ancora di esserlo produce un dolore diverso.

È come se la domanda non fosse: possiamo funzionare?

Ma: hai superato i requisiti minimi?

È la stessa giuria invisibile, solo con un’interfaccia più elegante.

Non voglio tornare indietro

Non voglio abolire le app.

Non voglio tornare ai telefoni che pesavano come elettrodomestici, ai locali pieni di fumo e alla gente che spariva senza che avessimo ancora inventato la parola ghosting.

Non era il paradiso.

E le app hanno fatto incontrare persone che altrimenti non si sarebbero mai trovate.

Hanno dato possibilità, libertà, accesso.

Il problema non è lo strumento.

È quello che lo strumento ci abitua a fare.

Scorrere.

Confrontare.

Sostituire.

Decidere prima.

E allora forse non dobbiamo smettere di usare le app.

Dobbiamo solo ricordarci che dall’altra parte non c’è una scheda.

C’è qualcuno.

Dare tempo non significa sprecarlo

Non sto dicendo che dobbiamo dare una possibilità a chiunque.

Ci sono persone che non ci interessano.

Persone incompatibili.

Persone dalle quali è meglio scappare con discreta velocità.

Ma tra il colpo di fulmine e il no immediato esiste uno spazio enorme.

Uno spazio che abbiamo quasi smesso di frequentare.

Non lo so ancora.

È una frase che mi piace.

Non promette niente.

Non costringe.

Lascia semplicemente aperta una porta.

Forse conoscere qualcuno significa concedergli il tempo di sorprenderci.

E concedere lo stesso tempo anche a noi.

Perché magari quella persona non diventerà un amore.

Magari sarà sesso.

Un’amicizia.

Una storia di tre settimane.

Una pessima idea.

O niente.

Non tutto ciò che finisce è tempo perso.

Questa è forse la cosa che dimentico più spesso.

Ogni tanto penso di voler arrivare subito alla risposta.

Sì o no.

Funzionerà o non funzionerà.

Vale la pena oppure no.

Ma le persone non sono risposte.

E forse l’intimità comincia proprio quando smettiamo di pretendere che lo siano.

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Quante persone hai scartato perché non ti hanno convinto subito — e quante avrebbero avuto bisogno soltanto di un po’ più di tempo?

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