«Quando sei andato a ballare l’ultima volta? Quando sei stato in vacanza?»
Sono domande che potrebbero aprire una conversazione. Potrei raccontarti che non ho soldi, che gli amici si sono trasferiti, che uscire da solo qualche volta mi pesa. Oppure che sto bene a casa e non devo giustificarmi.
Ma se la risposta è già pronta — non esci perché non ti senti a posto con il tuo corpo — allora la conversazione è finita prima che io potessi parlare.
Mi hai fatto una domanda soltanto per portarmi dove lavori tu.
È questo che mi fa arrabbiare. La facilità con cui una vita intera viene ridotta a un problema fisico, possibilmente risolvibile acquistando un servizio. E la confidenza con cui quel problema viene attribuito ai gay, come se condividere un orientamento sessuale significasse condividere una diagnosi.
Un corpo non allenato non è un corpo non curato.
Mi fermerei già qui. Perché dentro quella confusione c’è un giudizio che passa quasi inosservato. Se non hai lavorato abbastanza sul tuo aspetto, allora ti sei lasciato andare. Se non ti mostri, forse sai anche tu di non essere presentabile. E se non partecipi alla vita che qualcuno ha scelto come misura della felicità, il difetto deve essere tuo.
Davvero non riusciamo a immaginare altre spiegazioni?
Essere gay non significa voler andare in discoteca. Non significa avere soldi per viaggiare, essere estroversi, cercare continuamente qualcuno. Non significa nemmeno soffrire per il proprio corpo. C’è chi si piace senza essere scolpito e chi, anche dopo mesi di palestra, continua a non piacersi.
La domanda dovrebbe servire a scoprire chi hai davanti. Se serve soltanto a confermare il problema che sai vendere, stai ascoltando il tuo mercato.
La parola è pink money. I nostri acquisti, le nostre possibilità di spesa, il mercato che ci gira intorno.
Spendere non mi scandalizza. Voglio poter comprare un viaggio, pagare un allenatore, scegliere una serata. Voglio anche che chi lavora venga pagato. Non pretendo che ogni attività rivolta alle persone LGBT sia volontariato.
Quello che mi interessa è il modo in cui si arriva al mio portafoglio.
Puoi offrirmi qualcosa che desidero. Puoi aiutarmi con un obiettivo che ho scelto. Ma puoi anche insinuare un dubbio: forse la ragione per cui non ti senti incluso è che non ti sei ancora migliorato abbastanza.
A quel punto il prodotto cambia. Nel prezzo entra una promessa che nessun professionista può garantire: dopo sarai desiderato, ti sentirai a tuo agio, gli altri ti vedranno.
Chi compra potrebbe cercare proprio quello. È una ragione in più per essere chiari su ciò che si sta offrendo.
Un allenamento può aiutarmi ad allenarmi. Non può obbligare qualcuno ad amarmi. Non può rendere accogliente un ambiente che mi giudica. Non può assicurarmi che smetterò di sentirmi fuori posto.
Il punto più scomodo è che a vendere questa promessa può essere un altro gay.
Ci piace pensare che il problema arrivi sempre da fuori. L’azienda che usa l’arcobaleno, il marchio che scopre l’inclusione quando conviene. È più difficile riconoscere lo stesso meccanismo in qualcuno che parla come noi, frequenta i nostri spazi, conosce certe paure.
Da lui ci aspettiamo una comprensione diversa. Per questo le sue parole possono arrivare più vicino.
«So come ti senti» è una frase che può dare sollievo. Può anche abbassare le difese di chi ha bisogno di essere capito. Dipende da cosa succede dopo.
Essere parte della stessa comunità non rende automaticamente delicati, competenti o disinteressati. Possiamo sostenerci. Possiamo anche farci male. E possiamo riprodurre, tra noi, quelle condizioni di accettazione da cui speravamo di esserci liberati.
Fuori ci hanno chiesto di essere meno visibili. Dentro, a volte, sembra che per essere visti dobbiamo diventare più giovani, più tonici, più spendibili.
L’accoglienza, a quel punto, comincia a somigliare a una selezione.
Non tutti arrivano davanti a questi messaggi con la stessa tranquillità.
C’è chi guarda un video, alza gli occhi e passa oltre. C’è chi lo guarda dopo essere stato rifiutato, dopo una serata in cui nessuno gli ha rivolto la parola, dopo aver cancellato una fotografia perché non sopportava di vedersi.
Non sai in quale giornata lo stai raggiungendo.
Per qualcuno il rapporto con il proprio corpo è leggero. Per altri si intreccia con anni di vergogna, di silenzio, con il tentativo di sentirsi finalmente autorizzati a esistere senza scuse. Sono cose serie. Non diventano meno serie perché ne parliamo in un video breve, con una musica allegra sotto.
Il rischio è che quel messaggio venga ascoltato così: se resto solo è perché non mi sono impegnato abbastanza. Se non mi scelgono è perché non mi sono curato. Se sto male, devo ancora lavorare su di me.
E gli altri? Il modo in cui ci trattiamo? Gli ambienti che chiamiamo inclusivi? Quando entrano nella conversazione?
Se la risposta è sempre modificare il singolo, nessuno deve interrogarsi su come viene accolto.
Non voglio fingere che l’aspetto non conti nel desiderio. Conta. Abbiamo gusti, preferenze, attrazioni che non si possono imporre per decreto.
Ma tra non desiderare qualcuno e trattarlo come una persona di minor valore c’è uno spazio enorme. Possiamo scegliere con chi andare a letto senza trasformare tutti gli altri in corpi da aggiustare.
E possiamo amare la palestra senza farne il luogo dove si conquista il diritto di andare al mare.
Chi mi aiuta dovrebbe poter sostenere anche questa frase: puoi cominciare a vivere adesso. Mentre ti alleni, mentre cambi, mentre decidi che non vuoi cambiare. Non devi rimandare tutto alla versione futura di te.
Quella che, convenientemente, non è mai abbastanza pronta.
Ho scritto un commento critico sotto uno di questi video. Poi non l’ho più visto. Non so perché sia sparito.
So però che la questione resta, anche senza quel commento e senza il nome di chi ha pubblicato il video. Riguarda il modo in cui parliamo alle persone quando sappiamo che potrebbero sentirsi fragili. Riguarda cosa siamo disposti a suggerire pur di ottenere attenzione.
Vorrei poter chiedere un aiuto senza sentirmi confermare che sono difettoso. Vorrei che la parola “cura” lasciasse spazio anche al riposo, alla salute, ai limiti, agli anni. A un corpo che non deve essere esibito per dimostrare di essere stato amato.
Il mio corpo non è una domanda di ammissione.
Prima di propormi un percorso, lascia almeno che risponda alla tua domanda.
Magari non sono andato a ballare.
Magari avevo soltanto voglia di essere ascoltato.
— MOREL
Continua il pensiero
Prima che la nostra insicurezza diventi un mercato, il corpo è già stato trasformato in una candidatura. In La giuria invisibile torno a quel giudizio che finiamo per portarci dentro.
E in Io, te e Technogym la domanda resta aperta: quanto di ciò che vogliamo migliorare nasce da noi, e quanto dal bisogno di sentirci ammessi?
