Nel 1978 il diavolo non aveva Instagram.
Niente follower, niente reach, niente analytics. E nessuno aveva ancora trasformato la parola engagement in qualcosa capace di rovinarti la colazione.
Doveva arrangiarsi con strumenti più tradizionali.
La fama, per esempio.
E un’anima.
È più o meno da qui che comincia Sweet Revenge, il secondo album di Amanda Lear.
La prima facciata del disco racconta una piccola storia faustiana: una donna viene attirata dalla promessa di fama e ricchezza, accetta il patto, ne scopre il prezzo e prova a sottrarsene.
Il tutto, dettaglio non secondario, mentre si può ballare.
Faust con la mirror ball.
È per questo che il disco continua a interessarmi.
Non perché ho nostalgia del 1978. Francamente, la nostalgia è già abbastanza affollata.
Mi interessa il contratto.
Perché abbiamo cambiato quasi tutto, ma il desiderio di essere visti è rimasto lì.
Essere visti
Amanda Lear mi interessa soprattutto come artista-personaggio.
Voce, abiti, accento, teatralità, ambiguità: per anni il pubblico ha cercato di capire chi fosse “davvero”.
Lei, nel frattempo, continuava a essere Amanda Lear.
Mi sembra un uso del tempo decisamente migliore.
Un personaggio non è necessariamente una bugia. Può essere un modo di scegliere cosa mostrare, perfino un modo di proteggersi.
Il problema comincia quando non sappiamo più distinguere ciò che mostriamo da ciò che siamo costretti a continuare a mostrare.
Un personaggio dovrebbe essere qualcosa che indossi. Non qualcosa a cui consegni le chiavi di casa.
In Sweet Revenge la tentazione arriva con una promessa semplice: seguimi.
Non è poi così diversa da quelle contemporanee.
Essere ammirati. Essere riconosciuti. Essere scelti.
Entrare finalmente in quella stanza dove immaginiamo che tutti gli altri siano già arrivati.
Quasi tutti vogliamo essere visti.
A volte da migliaia di persone.
A volte, se siamo fortunati, da una sola.
Il desiderio non è il problema.
Il problema comincia quando cambiamo per impedire allo sguardo di andarsene.
Il diavolo adesso offre analytics
Nel 1978 il successo aveva intermediari molto visibili: case discografiche, televisione, radio, fotografi, giornali.
Oggi possiamo misurare direttamente l’attenzione.
Visualizzazioni. Reazioni. Follower. Tempo di permanenza.
Possiamo perfino sapere che qualcuno, alle 2:43 del mattino, ha deciso che gli ultimi sette secondi del nostro video erano un investimento eccessivo.
Un’informazione che l’umanità attendeva da secoli.
Il diavolo adesso offre analytics.
I numeri hanno un fascino particolare perché sembrano oggettivi.
Centomila persone guardano. Mille. Dieci. Nessuna.
E il tragitto da lì a forse valgo meno può diventare molto breve.
Lo sappiamo che una metrica misura una risposta e non una persona.
Lo sappiamo.
Poi apriamo comunque la dashboard.
La versione di noi che funziona
La parte più contemporanea della storia arriva quando la protagonista guarda ciò che è diventata.
È facile dare tutta la colpa all’industria, alle piattaforme, al pubblico.
La risposta meno comoda è che qualche volta collaboriamo.
Vediamo quale fotografia funziona. Quale corpo. Quale battuta. Quale opinione. Perfino quale vulnerabilità.
E impariamo in fretta.
Ancora quella fotografia.
Ancora quella battuta.
Ancora quella versione di noi.
Non è necessariamente falso. Tutti scegliamo cosa mostrare.
Il rischio arriva quando ciò che avevamo costruito per essere riconoscibili diventa ciò che dobbiamo continuare a essere per non scomparire.
È una piccola gentrificazione dell’identità.
Ristrutturiamo ciò che non riceve approvazione, teniamo la facciata che funziona, spostiamo sempre più lontano le parti meno presentabili.
Alla fine possiamo sembrare perfettamente coerenti.
Solo che magari non abitiamo più lì.
Non è una predica contro la visibilità
Trasformare tutto questo in una predica contro i social sarebbe troppo facile.
E anche leggermente ridicolo, visto che la sto pubblicando su Internet.
Scriviamo perché qualcuno legga. Cantiamo perché qualcuno ascolti. Fotografiamo anche perché vogliamo mostrare ciò che abbiamo visto.
Il problema non è lo sguardo.
È quando lo sguardo diventa il datore di lavoro della nostra identità.
Una cosa bella non basta più a essere bella. Deve funzionare.
Una fotografia deve performare. Un pensiero deve generare reazioni. Una persona deve diventare riconoscibile. E poi, naturalmente, un brand.
La parte quasi comica è che oggi non abbiamo nemmeno bisogno che qualcuno costruisca il personaggio al posto nostro.
Possiamo fare tutto da soli.
Telefono. Luce. Pubblica. Controlla.
Funziona? Ripetilo.
Non funziona? Cambialo.
E dopo un po’ diventa difficile capire se stiamo usando uno strumento oppure se lo strumento ci sta insegnando quale persona conviene essere.
Il diritto di non trasformarsi in una metrica
Se il diavolo di Sweet Revenge lavorasse oggi, forse non direbbe:
Ti renderò famoso.
Suona quasi antiquato.
Probabilmente direbbe:
Ti renderò visibile.
La fama sa ancora un po’ di vanità.
La visibilità, invece, sembra quasi una necessità.
È questo che rende il nuovo contratto più elegante.
Ma c’è una domanda che nessun algoritmo può risolvere:
Se nessuno reagisse, continueresti a voler essere quella persona?
Non credo che la soluzione sia diventare invisibili.
È riuscire a essere visibili senza trasformare ogni risposta degli altri in una sentenza su di noi.
Essere guardati senza consegnare allo sguardo il compito di decidere quanto valiamo.
Eravamo già qualcuno prima che arrivasse la promessa.
La tentazione continuerà a tornare. Per fortuna, direi.
Il successo seduce. La bellezza seduce. Il riconoscimento seduce.
Non dobbiamo diventare immuni.
Dobbiamo solo ricordarci chi firma il contratto.
La cultura pop non ci ha solo intrattenuti. Ci ha addestrati al futuro, ma con molta più anima di quella che il futuro avrebbe poi avuto.
Continua con: Non siamo obbligati a restare uguali
