L’ho visto su TikTok.
Un ragazzo di ventiquattro anni, abbastanza seguito, smalto sulle unghie e quella naturalezza davanti a una telecamera che a ventiquattro anni io probabilmente non avrei avuto.
Raccontava di aver fatto una scoperta.
Dentro la comunità LGBT esistono delle gerarchie.
La mia prima reazione è stata poco generosa:
Tesoro, per questo non serviva un’università finlandese.
Poi però ho continuato ad ascoltare.
Perché lui le ricerche era andato davvero a cercarsele. Parlava di mascolinità, desiderabilità, ruoli sessuali. Di uomini che preferiscono uomini maschili. Di caratteristiche che sembrano spostarti più in alto o più in basso in una specie di graduatoria che ufficialmente non esiste.
Ufficialmente.
Ed è proprio lì che la cosa ha cominciato a interessarmi.
Perché che un uomo gay possa essere attratto da un uomo molto maschile non mi sembra esattamente materiale da Nobel.
Il desiderio non è democratico.
Non compila moduli per l’inclusione e, fortunatamente, non deve rispettare le quote.
Puoi desiderare uomini alti, bassi, muscolosi, magri, pelosi, glabri, maschili, femminili. Puoi persino avere un debole per quelli che rispondono ai messaggi dopo tre giorni.
Ognuno ha le proprie perversioni.
Il problema comincia un centimetro dopo.
Quando non mi attrai diventa non mi interessi.
Poi non appartieni.
E infine, senza neanche bisogno di dirlo:
non conti.
Ed è una differenza minuscola nella grammatica.
Molto meno nella vita.
Il corpo non è un curriculum
Ne abbiamo già parlato.
Eppure continuiamo a leggerlo come se lo fosse.
Esperienza richiesta: palestra.
Competenze: mascolinità.
Referenze: possibilmente fotografiche.
Soft skills: non indispensabili.
Sulle app lo sappiamo bene.
Masc4Masc.
No fems.
No questo.
No quello.
Una volta per attraversare una frontiera serviva il passaporto.
Adesso, per entrare in certi circoletti, a volte sembra bastare il torace.
Sto esagerando, naturalmente.
Naturalmente.
Ma ciò che mi interessa non è quello che succede in camera da letto.
È quello che succede quando ne usciamo.
Perché posso non desiderarti e trovarti intelligente.
Posso non volere fare sesso con te e volerti come amico.
Posso non trovarti attraente e ascoltare quello che hai da dire.
Posso persino invitarti a cena.
Non è ancora obbligatorio scopare con tutti i commensali.
Almeno credo.
Eppure quella graduatoria qualche volta esce dalle app e comincia a decidere chi viene guardato, ascoltato, invitato.
Chi entra nel gruppo.
E chi rimane sul bordo della fotografia.
La ricerca che citava quel ragazzo, ripulita dalle semplificazioni di TikTok, racconta qualcosa che vale la pena osservare: in un esperimento australiano, persino a parità di uomo, curriculum e parole pronunciate, una presentazione più maschile produceva una valutazione migliore per un ruolo associato a prestigio e leadership. Anche tra partecipanti gay.
A quel punto non stiamo più parlando soltanto di chi vorremmo portarci a letto.
Ed è qui che la cosa si fa meno divertente.
Negli ultimi tempi mi sono capitati anche altri video, con un argomento ancora più curioso.
Non basta più che un corpo sia bello.
Adesso deve anche dimostrare qualcosa.
Ragazzi molto allenati spiegano, con la sicurezza di chi sembra aver appena scoperto una legge della fisica, che avere un bel fisico dia maggiori possibilità nella vita.
E non sarebbe, naturalmente, una questione di vanità.
Figuriamoci.
Sarebbe una questione di disciplina.
Un corpo allenato dimostrerebbe costanza, forza mentale, capacità di sacrificio, volontà di non prendere scorciatoie.
In pratica, gli addominali come lettera di referenze.
È una teoria comodissima.
Perché permette di guardare un corpo e credere di aver capito una persona.
Allenarsi richiede disciplina?
Certo.
Ma da quando una forma di disciplina è diventata la misura di tutte le altre?
Chi si sveglia alle cinque ogni mattina per andare al lavoro non è disciplinato?
Chi studia e lavora contemporaneamente?
Chi cresce un figlio da solo?
Chi si prende cura di una persona anziana?
Chi ogni mattina deve rimettere insieme pezzi di sé che nessuno vede e riesce comunque ad alzarsi, vestirsi e affrontare un’altra giornata?
Quella disciplina esiste.
Solo che non produce necessariamente pettorali.
E soprattutto viene malissimo nei reel.
Il problema non è avere un bel corpo.
Non è allenarsi.
Non è essere fieri del lavoro necessario per ottenerlo.
Il problema comincia quando un risultato fisico diventa una superiorità morale.
Quando dal corpo passiamo al carattere.
E dal carattere al merito.
E dal merito arriviamo alla conclusione che alcune persone abbiano più opportunità perché, in qualche modo, se le sarebbero guadagnate anche attraverso il proprio aspetto.
A quel punto il corpo non è più soltanto un curriculum.
È diventato anche la referenza.
Forse persino il colloquio di lavoro.
Guardiamo qualcuno e pensiamo di sapere quanto sia disciplinato, quanto valga, quanto abbia combattuto, quanto sia forte.
Un corpo può raccontare qualcosa della persona che lo abita. Non può raccontarla tutta.
Le Olimpiadi che nessuno ha chiesto di disputare
Perché, naturalmente, impariamo.
Osserviamo chi viene desiderato.
Chi riceve attenzione.
Chi sembra attraversare la stanza senza dover chiedere permesso.
E qualcuno comincia ad adeguarsi.
Il corpo cambia.
Il guardaroba cambia.
Una postura viene controllata.
Un gesto corretto.
Una voce trattenuta.
Un personaggio costruito un pezzetto alla volta.
Non necessariamente perché quella trasformazione gli appartenga.
Magari semplicemente perché ha capito quali sono le credenziali richieste all’ingresso.
Potremmo chiamarla vanità.
Sarebbe facile.
Io credo che qualche volta sia semplicemente fame.
Fame di sesso, certamente.
Ma anche di contatto.
Di attenzione.
Di amicizia.
Di appartenenza.
La necessità molto umana di entrare in una stanza e non sentirsi quello che nessuno vede.
Di ottenere finalmente il lasciapassare.
E non trovo niente di ridicolo nel voler appartenere.
Trovo triste dover diventare qualcun altro per riuscirci.
Anche perché le maschere funzionano benissimo.
Per un po’.
Poi hanno questa pessima abitudine:
cadono.
La memoria corta
La cosa diventa ancora più strana quando ricordiamo di quale comunità stiamo parlando.
Una comunità che ha costruito buona parte della propria battaglia intorno a parole come visibilità, diversità, inclusione.
Una comunità nata anche perché qualcuno, fuori, aveva deciso quale fosse il modo corretto di essere uomini, donne, famiglie, corpi, amori.
E che qualche volta sembra aver imparato molto bene il meccanismo.
La liberazione sessuale è stata anche una liberazione dalla vergogna e dal controllo.
Il paradosso è che, una volta conquistato quello spazio, possono nascere nuove regole dall’interno.
Non più: non devi essere gay.
Piuttosto: devi esserlo nel modo giusto.
Con il corpo giusto.
Con l’età giusta.
Con la mascolinità giusta.
Con il profilo giusto.
Perfino con il desiderio giusto.
Le categorie sono cambiate.
Anche i buttafuori.
La porta, almeno in teoria, è aperta.
Ma qualcuno continua a controllare il lasciapassare.
Ed è qui che la memoria diventa scomoda.
Stonewall non è una favola con quattro protagonisti e una fotografia da pubblicare a giugno. Fu parte di una storia molto più ampia di resistenza, discriminazione e liberazione; le prime marce del Pride ne commemorarono l’anniversario.
E alcune delle persone diventate simbolo di quella storia conoscevano molto bene anche l’esclusione interna.
Sylvia Rivera e Marsha P. Johnson dedicarono parte del loro attivismo proprio a chi rimaneva ai margini. Con STAR crearono sostegno e riparo per giovani queer e persone allora definite transvestite; Rivera si scontrò inoltre con organizzazioni gay che marginalizzavano le questioni trans.
Quindi no.
Non abbiamo inventato l’esclusione con Grindr.
Ce l’avevamo già.
Abbiamo soltanto migliorato l’interfaccia.
E poi c’è la politica
Anche qui, attenzione alla memoria.
Dire che una volta il Pride non fosse politico sarebbe comodo.
E falso.
Il Pride nasce politico.
Chiedere di non essere arrestati, picchiati, discriminati o costretti a nascondersi era politica.
Chiedere diritti era politica.
Esistere pubblicamente era politica.
La domanda di oggi, semmai, potrebbe essere un’altra.
Che tipo di politica è diventata?
Perché una comunità può prendere posizione.
Può protestare.
Può schierarsi.
Deve poterlo fare.
Ma quando l’appartenenza comincia a sembrare subordinata anche a un pacchetto di opinioni, linguaggi, corpi e comportamenti considerati corretti, qualcosa diventa stretto.
Ed è un paradosso curioso.
Abbiamo combattuto perché nessuno decidesse come avremmo dovuto essere.
E qualche volta sembriamo terribilmente tentati di farlo tra noi.
Non voglio stabilire chi abbia ragione.
Non sono un professore.
E, soprattutto, non sono il portiere della discoteca.
Sto soltanto guardando.
E quello che vedo è una comunità enormemente più libera di quella di trent’anni fa, ma non necessariamente immune dalle stesse debolezze umane del mondo da cui chiedeva di essere accettata.
Abbiamo combattuto le categorie.
Poi ne abbiamo create di nuove.
Abbiamo contestato le etichette.
Poi siamo diventati bravissimi a indossarle.
Abbiamo chiesto che nessuno decidesse chi potevamo amare.
E qualche volta sembriamo molto interessati a decidere chi può sedersi con chi.
Forse è inevitabile.
Forse siamo semplicemente umani.
Ma almeno potremmo accorgercene.
Desiderare. Riconoscere.
Ed è per questo che continuo a pensare a quel ragazzo su TikTok.
Ventiquattro anni.
Lo smalto.
Il telefono davanti.
Appartiene a una generazione che, almeno in una parte del mondo, ha ricevuto libertà per le quali altre persone hanno dovuto esporsi molto più di quanto oggi richieda pubblicare un video.
Eppure si sente fuori.
Questa è la parte che mi è rimasta addosso.
Perché forse abbiamo confuso due cose completamente diverse.
Desiderare qualcuno.
Riconoscere qualcuno.
La prima è privata.
La seconda riguarda tutti noi.
Io posso non volere venire a letto con te.
Tu puoi non volere venire a letto con me.
Direi che ce ne faremo entrambi una ragione.
Ma possiamo guardarci.
Parlarci.
Ascoltarci.
Lasciarci spazio.
Magari persino scoprire che dietro quel corpo che avevamo già classificato c’era una persona interessante.
Sarebbe rivoluzionario.
O forse soltanto educato.
Non ho una morale da consegnare.
E non sto distribuendo lasciapassare.
Mi rimane soltanto l’immagine di una tavola.
È lunga.
C’è già molta gente seduta.
Qualcuno ci piace.
Qualcuno meno.
Qualcuno probabilmente, dopo dieci minuti, ci farà pentire di averlo invitato.
Succede anche nelle migliori famiglie.
Non dobbiamo portarceli tutti a letto.
Basta aggiungere una sedia.
Perché forse, dopo tutta questa strada fatta per riuscire finalmente a entrare, la domanda non è più chi vogliamo avere accanto.
È capire perché abbiamo ancora così tanta voglia di decidere
chi deve restare fuori.
Non tutto finisce dove sembra finire.
Continua il pensiero: La giuria invisibile — quando il corpo diventa curriculum
Un’altra stanza: Le Olimpiadi delle app — desiderio, provini e categorie
Più vicino: Io, te e Technogym — quando il corpo diventa passaporto
Nota sulle fonti
Il riferimento alla ricerca australiana riguarda uno studio dell’Università di Sydney sulla penalizzazione degli uomini gay percepiti come più femminili in valutazioni legate a ruoli di leadership. Per Stonewall, Sylvia Rivera, Marsha P. Johnson e STAR, il riferimento storico è lo Smithsonian.
