Per molto tempo ho avuto la sensazione di vivere sotto osservazione. Non in modo drammatico. Nessuno mi seguiva con un taccuino.

Era peggio: la commissione era già nella mia testa.

Il corpo. L’età. Il modo di vestire. Il lavoro. La casa. Il denaro. Perfino la persona che avevo accanto.

Troppo grasso. Troppo vecchio. Troppo emotivo. Non abbastanza muscoloso. Troppo disponibile. Troppo sicuro. Non abbastanza.

La cosa curiosa è che, quando qualcuno ha deciso di giudicarti, riesci quasi sempre a essere contemporaneamente troppo qualcosa e non abbastanza qualcos’altro.

Il corpo entra prima di noi

Il corpo entra in una stanza prima delle nostre parole. Viene visto. Misurato. Confrontato. A volte bastano pochi secondi: una fotografia, una maglietta, una pancia, una ruga.

Invecchiare, poi, viene spesso trattato come una mancanza di disciplina invece che come il risultato abbastanza prevedibile del rimanere vivi.

Questa sensazione la conosco bene. Non essere abbastanza magro. Non essere abbastanza atletico. Non avere quel corpo che, in certi ambienti, sembra funzionare come un documento d’identità.

Il corpo giusto apre porte. Quello sbagliato deve prima spiegarsi.

E il corpo è soltanto la prima pagina.

Dietro abbiamo costruito un curriculum intero: età, altezza, professione, reddito, quartiere, casa, follower, storia sentimentale, mascolinità percepita. E possibilmente nessun bisogno emotivo, perché pare faccia curriculum anche quello.

A volte non incontriamo una persona.

Esaminiamo una candidatura.

Abbiamo trasformato il corpo in un curriculum

Le app hanno reso il meccanismo più evidente, ma non lo hanno inventato. Lo hanno solo organizzato molto bene.

Il desiderio diventa una sequenza di fotografie. La complessità una bio di poche righe. Una persona un elenco di caratteristiche negoziabili.

Alto. Mascolino. Muscoloso. Sistemato. Senza drammi.

Quest’ultima continua a farmi sorridere. Le persone che scrivono “no drama” sono spesso quelle che hanno lasciato dietro di sé almeno tre stagioni e uno speciale di Natale.

Le preferenze esistono. Il desiderio non si può imporre.

Il problema comincia quando una preferenza diventa una graduatoria morale.

Quando un corpo muscoloso non è più soltanto un corpo muscoloso, ma diventa prova di disciplina, valore, controllo.

Quando una pancia viene letta come una diagnosi del carattere.

Quando una ruga sembra una perdita di valore commerciale.

Abbiamo trasformato il corpo in un curriculum e poi fingiamo di stupirci se tutti si sentono sotto esame.

Prima di essere visto, un corpo deve essere vissuto

Per anni ho guardato il mio corpo quasi sempre da fuori. Come appare? Come mi sta quella maglietta? Questa foto la posso pubblicare? Sembro più vecchio? Più grasso?

Domande normali, fino a un certo punto. Solo che nel frattempo c’era un’altra domanda molto più semplice che facevo molto meno spesso:

come sto dentro questo corpo?

Perché un corpo non è una vetrina. È memoria. Età. Fatica. Piacere. Paura. Desiderio. Trasformazione.

È il posto in cui ci è successa la vita.

Può essere curato, allenato, adornato, mostrato. Certo. Ma non dovrebbe dover presentare le credenziali ogni volta che entra in una stanza.

Prima di essere visto, un corpo deve essere vissuto.

La giuria entra prima di noi

La parte più insidiosa arriva quando non serve più che qualcuno ci giudichi davvero.

Facciamo tutto da soli.

Entriamo in una stanza avendo già immaginato lo sguardo, il confronto, la classifica. Abbiamo già deciso quale parte nascondere.

Così il giudizio esterno diventa lavoro interno.

Gratis, per giunta. Servizio impeccabile.

E qui devo essere corretto anche con me stesso: anch’io ho giudicato.

Sarebbe comodissimo scrivere questo articolo fingendo di essere sempre stato dalla parte giusta della lente.

Non è vero.

Anch’io ho scartato qualcuno troppo in fretta. Anch’io ho attribuito significati a un vestito, a un corpo, a un modo di parlare.

La differenza, oggi, è che provo almeno a sorprendermi mentre lo faccio.

Perché se costruisci il tuo valore sul confronto, prima o poi arriverà sempre qualcuno che ti farà sentire inferiore.

Il diritto di abitarsi

Per anni mi sono chiesto quale parte di me dovessi correggere. Il corpo? Le emozioni? Il modo di apparire? Il fatto di essere troppo disponibile?

Poi ho capito una cosa abbastanza liberatoria: avrei potuto cambiare tutto e la giuria avrebbe trovato comunque qualcos’altro.

Le giurie sono fatte così. Devono pur lavorare.

Il problema non era essere imperfetto.

Era aver accettato l’idea di dover superare un provino per meritare attenzione, desiderio o rispetto.

Il dovere di performare.
Il diritto di abitarsi.

Abitarsi non significa trascurarsi. Posso voler dimagrire, allenarmi, vestirmi meglio, piacermi di più. Non c’è niente di nobile nel fingere che l’aspetto non conti mai.

Ma una cosa è cambiare qualcosa perché lo desidero.

Un’altra è vivere come un progetto di correzione permanente.

Oggi la giuria non è sparita. Ci sono fotografie che non mi piacciono. Rifiuti che fanno male. Giorni in cui vedo prima quello che manca.

Solo che provo a ricordarmi una cosa: quella giuria non ha nessuna autorità ufficiale.

E, a guardarla bene, è composta da persone altrettanto esposte, altrettanto insicure e spesso troppo occupate a nascondere il proprio curriculum per leggere davvero il nostro.

Forse il vero lusso non è avere un corpo che tutti approvano.

È riuscire, almeno qualche volta, a sentirsi a casa nel proprio.

Un’ultima cosa.

Ti dà fastidio essere giudicato. Ma quanti corpi hai scartato oggi?

Puoi anche non rispondere. Ma ormai la domanda l’hai letta.

Più di quanti vorrei ammettere.

Allora conosci bene la giuria. Anche quando sei tu a presiederla.

Cosa succede quando il corpo diventa un passaporto?
Io scelgo. Non giudico.

Il tuo no è sacrosanto. Ma quando una preferenza diventa una sentenza sugli altri?

Il diritto di dire no, senza chiedere scusa
Il primo corpo che scarto è il mio.

La giuria più severa non ha bisogno di bussare. Vive già dentro di te.

Quanto cambi quando qualcuno ti guarda?

Oppure continua senza scegliere.

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