Scorro.

Un uomo bellissimo. Forse troppo bello.

Corpo perfetto, luce perfetta, vestiti perfetti. Sotto, una frase molto meno perfetta: parla di solitudine, dice di cercare qualcuno, qualcuno con cui condividere la vita.

Migliaia di cuori.

Ne metto uno anch’io.

Poi continuo a scorrere.

Qualche secondo dopo mi fermo e penso:

che cazzo sto facendo?

Non perché mettere un like sia grave. Non lo è.

Non perché quella persona non possa essere davvero sola. Potrebbe esserlo.

E nemmeno perché dietro quella fotografia debba esserci per forza un inganno. Potrebbe essere tutto vero. Potrebbe essere costruito. Potrebbe esserci una persona, un business, un’immagine generata.

Il punto è un altro.

Io quella persona non la conosco.

Probabilmente non la conoscerò mai.

E so benissimo che, in mezzo a tremila o trentamila cuori, il mio difficilmente diventerà l’inizio di qualcosa.

Eppure l’ho messo.

Perché?

Che cosa stiamo cercando mentre lo facciamo?

Un gesto che sembra niente

Un like dura meno di un secondo.

È forse proprio questo a renderlo interessante.

Non richiede una frase.

Non richiede coraggio.

Non richiede nemmeno che sappiamo esattamente perché lo stiamo facendo.

La ricerca sul comportamento online ha mostrato che i like possono funzionare come segnali di approvazione e come una forma di ricompensa sociale. Possono contribuire al confronto con gli altri, rafforzare la sensazione di partecipare a una comunità e influenzare il modo in cui leggiamo una fotografia o una persona.

Ma questo non significa che ogni cuore nasconda un trauma, una mancanza o una crisi esistenziale.

A volte un like è semplicemente un like.

Mi piace una fotografia.

Mi fa ridere una battuta.

Sono d’accordo.

Voglio far sapere a un amico che ho visto quello che ha pubblicato.

Il problema comincia a diventare più interessante quando un gesto così piccolo si ritrova a svolgere un lavoro emotivo molto più grande.

Ti vedo. Guardami.

Forse non stiamo dicendo soltanto mi piaci.

Stiamo dicendo: ti vedo.

E qualche volta, dentro quel ti vedo, potrebbe esserci una frase che non scriviamo:

vorrei essere visto anch’io.

Non necessariamente dalla persona della fotografia.

Forse dal mondo.

Forse da qualcuno.

Forse da una versione di noi stessi che immaginiamo più desiderabile, più sicura, più scelta.

È qui che entra la proiezione.

Davanti a una persona molto attraente, apparentemente felice, libera o disponibile, non reagiamo soltanto a ciò che sappiamo di lei.

Spesso sappiamo pochissimo.

Reagiamo anche a quello che quella persona rappresenta.

Una possibilità.

Una fantasia.

Una vita diversa.

Il tipo di amore che vorremmo.

Il corpo che vorremmo avere.

La sensazione di essere desiderati che vorremmo provare.

Forse non stiamo mettendo like soltanto a una persona. Stiamo reagendo anche alla possibilità che quella persona rappresenta.

L’intimità senza incontro

La psicologia dei media usa da decenni un’espressione: relazione parasociale.

Descrive quel senso di familiarità che possiamo sviluppare verso qualcuno che vediamo spesso, ascoltiamo, seguiamo, ma che non ci conosce nello stesso modo.

Non è una stranezza nata con Instagram.

Esisteva con attori, cantanti, presentatori televisivi.

I social, però, hanno ridotto la distanza.

La persona famosa o semplicemente molto seguita non appare più soltanto su un palco.

È in cucina.

È a letto.

Ha appena fatto la doccia.

Ci racconta che è triste.

Ci chiede come stiamo.

Ci dice buonanotte.

E noi possiamo rispondere con un cuore.

La relazione rimane asimmetrica, ma la sensazione di prossimità può diventare molto reale.

Questo non significa che sia falsa.

Significa che è un tipo particolare di vicinanza.

Possiamo sentirci vicini a qualcuno senza essere entrati davvero nella sua vita.

Ed è una forma di contatto straordinariamente comoda.

Posso desiderare qualcuno senza sapere niente di lui.

Posso mostrargli interesse senza affrontare una conversazione.

Posso immaginare di essere scelto senza espormi alla possibilità di non esserlo.

Posso avvicinarmi senza rischiare davvero l’incontro.

Il confronto silenzioso

Poi ci sono i numeri.

Trecento cuori.

Tremila.

Trentamila.

Non sono soltanto decorazione.

Gli studi sul confronto sociale online mostrano che quei numeri possono diventare informazioni su come una persona viene percepita dagli altri.

Quella fotografia non ci dice soltanto:

quest’uomo è bello.

Può dirci anche:

guardate quante persone lo desiderano.

È difficile non confrontarsi.

Lui ha quel corpo.

Quella casa.

Quella vita.

Quell’attenzione.

Io?

Qui bisogna evitare una scorciatoia.

Non è serio dire che i social ci rendono automaticamente più soli, insicuri o infelici.

La ricerca è molto più complessa: conta come li usiamo, per quanto tempo, cosa guardiamo, chi siamo, come stiamo già prima di aprire l’app.

Ma il confronto continuo con vite molto selezionate può, per alcune persone e in alcuni momenti, peggiorare la percezione di sé e alimentare la sensazione che agli altri stia succedendo una vita dalla quale siamo rimasti fuori.

Il paradosso è che possiamo cercare sollievo proprio nello stesso luogo in cui quel confronto avviene.

Trenta secondi

Parliamo continuamente di solitudine.

Diciamo che non ci incontriamo più.

Che non sappiamo comunicare.

Che siamo diventati più distanti.

E contemporaneamente distribuiamo ogni giorno piccole quantità di attenzione verso persone che, con ogni probabilità, non entreranno mai nelle nostre vite.

Non credo che un cuore rosso ci renda soli.

Sarebbe una spiegazione troppo facile.

Mi interessa un’altra possibilità.

E se alcuni gesti digitali funzionassero proprio perché riescono a darci una piccola dose di connessione senza chiederci il rischio della connessione?

Per trenta secondi qualcosa si muove.

Desiderio.

Curiosità.

Appartenenza.

Fantasia.

Magari basta.

Magari no.

La psicologia parla anche di regolazione emotiva: usiamo continuamente piccoli comportamenti per modificare come ci sentiamo.

Una passeggiata.

Una telefonata.

Una sigaretta.

Una canzone.

Uno scroll.

Un cuore.

Non sono equivalenti e non hanno tutti lo stesso significato.

Ma la domanda può essere la stessa:

questo gesto sta esprimendo qualcosa o sta compensando qualcosa?

Il dito arriva prima

Forse la cosa che mi interessa di più è l’automatismo.

Il dito spesso arriva prima della domanda.

Scorri.

Vedi.

Reagisci.

Continui.

È una delle grandi eleganze del sistema: quasi nessun attrito.

Non dobbiamo decidere molto.

E io non voglio trasformare questa osservazione in una predica contro i social.

Sarebbe anche piuttosto ridicolo.

Ne metterò ancora di like.

Per desiderio, simpatia, distrazione, abitudine.

Non voglio diventare puro, disciplinato o immune.

Vorrei soltanto conservare quel piccolo istante che qualche volta viene subito dopo.

Quello in cui il dito ha già toccato lo schermo e la testa arriva con qualche secondo di ritardo.

Perché forse la consapevolezza non serve a smettere di fare un gesto.

Serve a capire quando quel gesto sta facendo qualcosa a noi.

E magari, ogni tanto, chiedermi:

sto dicendo “mi piace”?

O sto chiedendo qualcosa?

Una nota, prima di trasformare tutto in una diagnosi

Non esiste una spiegazione psicologica unica per il like. Le ricerche descrivono motivazioni diverse: piacere, relazione, approvazione sociale, confronto, abitudine, appartenenza. Anche gli effetti dei social sul benessere dipendono molto dal tipo di utilizzo e dalla persona.

Per questo il punto non è diagnosticare chi mette un cuore.

È concedersi, ogni tanto, la curiosità di domandarsi che cosa ci abbiamo messo dentro.

Per approfondire: ricerche su like come ricompensa sociale e confronto online in Computers in Human Behavior; studi sulle basi neurali del feedback sociale disponibili su PubMed Central; revisione 2024 sulle relazioni parasociali in Frontiers in Psychology; studi sull’associazione tra uso dei social, confronto e solitudine disponibili su PubMed Central.