Ho vissuto abbastanza a lungo in Inghilterra da aver capito che qui il rapporto con le stagioni è molto personale.
Quasi intimo.
Il calendario propone primavera, estate, autunno e inverno. Nell’abbigliamento britannico, invece, ho spesso l’impressione che le stagioni siano due: inverno ed estate. E nei giorni più creativi vengono indossate contemporaneamente.
La libertà individuale è sacra.
La mia perplessità, fortunatamente, lo è altrettanto.
Oxford Street. Dicembre.
Cappotto.
Shorts.
Flip-flops.
Separatamente, nulla da obiettare. Insieme sembrano tre persone che hanno ricevuto inviti per vacanze diverse e sono finite per errore nello stesso corpo.
Il cappotto dice dicembre. Gli shorts dicono luglio. I flip-flops hanno già ordinato uno Spritz a Mykonos.
Io non giudico.
Mi confonde.
Poi ci sono quelle giornate in cui fuori ci sono quattro gradi, vento laterale e quella pioggerellina inglese che non ha nemmeno la dignità di diventare pioggia.
E davanti a te passa una ragazza vestita con una quantità di tessuto che a Capri sarebbe considerata ottimista persino per agosto.
Naturalmente può vestirsi come vuole.
Non mi scandalizza la pelle.
Mi confonde la meteorologia.
Per qualche secondo guardo lei, guardo il cielo, guardo il mio cappotto. E inevitabilmente penso: sono io ad aver capito male?
Poi arriva l’estate e finalmente credi di aver risolto il problema.
Trentacinque gradi. Sole. Asfalto che sembra sul punto di sciogliersi.
Ed ecco qualcuno con un giubbotto antivento imbottito.
A quel punto non giudico più.
Mi preoccupo.
So benissimo che la percezione della temperatura è personale. C’è chi a venti gradi cerca un cardigan e chi a dieci apre le finestre.
Ma a trentacinque gradi, davanti a un piumino, la mia apertura mentale comincia a sciogliersi insieme all’asfalto.
La cosa straordinaria è che, nello stesso pomeriggio, puoi incontrare una ragazza praticamente in costume e cinquanta metri più avanti un uomo equipaggiato per attraversare il Mare del Nord.
Probabilmente stanno entrambi benissimo.
Sono io che, in mezzo, non so più che stagione sia.
Ed è qui che entrano in gioco i miei Small Codes.
Non voglio dirvi cosa indossare, quanto coprirvi, quanto spendere o a quale temperatura sia legalmente consentito mostrare una caviglia. Che noia.
Per me il bon ton contemporaneo è qualcosa di molto più semplice: accorgersi di dove siamo.
Il contesto non è una regola.
È un’informazione.
Puoi ignorarla. Ma possibilmente con intenzione.
Essere chic non significa essere perfetti. Significa che quello che indossi, quello che fai e il posto in cui ti trovi sembrano avere avuto almeno una breve conversazione prima del tuo arrivo.
Il mix & match mi piace moltissimo.
Il mix & panic mi confonde.
Ma non giudico.
Naturalmente.
Andrea Morel

