Mia madre pensa di conoscermi.
È mia madre. È normale.
Mi ha visto prima che io sapessi chi ero.
Ha conosciuto il bambino, il ragazzo, l’uomo che sono stato.
Il problema è che nel frattempo ne sono arrivati altri.
Io sono cambiato.
Lei anche, naturalmente.
Solo che quando conosci qualcuno da sempre può succedere una cosa strana: continui a vedere anche le sue vecchie versioni.
Quella che aveva vent’anni. Quella che faceva certe scelte. Quella che reagiva in un certo modo.
E magari la persona davanti a te, nel frattempo, è andata avanti.
Ma sarebbe comodo dare tutta la colpa agli altri.
Qualche volta siamo noi che smettiamo di raccontarci.
Le cose che non dico
Io non racconto più tutto a mia madre.
Non perché conduca una doppia vita particolarmente interessante.
Magari.
Semplicemente scelgo.
Una cosa la dico. Un’altra no.
Un dettaglio lo lascio fuori.
Una conversazione la evito perché so già come andrà.
Potrei quasi stamparne il copione.
Lei dice questo. Io rispondo quello. Poi ci irritiamo entrambi e alla fine parliamo del tempo.
Quindi qualche volta salto direttamente al tempo.
Non è sempre paura.
A volte è stanchezza.
A volte è affetto.
A volte non abbiamo più voglia di difendere ogni scelta come se fossimo in tribunale.
Non tutte le cose che non diciamo servono a nascondere. Alcune servono a vivere più tranquilli.
Conoscermi da sempre non basta
Essere mia madre le dà una cosa enorme: una storia con me.
Ma una storia lunga non significa automaticamente conoscere tutto.
Per conoscere qualcuno, quella persona deve continuare a lasciarsi conoscere.
E io non lo faccio sempre.
Ci sono parti di me che condivido facilmente.
Altre no.
Non perché siano oscure o scandalose.
Semplicemente sono mie.
Con l’età, credo, diventiamo anche più selettivi su chi entra dove.
Non è necessariamente distanza.
È anche un confine.
Il punto scomodo è questo: qualche volta diciamo “non mi capisce” quando in realtà non le abbiamo più dato molto da capire.
Lo faccio anch’io.
È più facile lasciare che qualcuno continui a conoscere la vecchia versione di noi che affrontare ogni volta l’aggiornamento.
Le vecchie versioni restano comode
Succede in famiglia, ma non solo.
Succede con gli amici di sempre.
Con gli ex.
Con chi ci ha conosciuto in un periodo preciso e, senza accorgersene, ci ha lasciati lì.
“Tu sei fatto così.”
È una frase che sembra innocente.
Qualche volta significa semplicemente: io ti ricordo così.
E noi, per non discutere, lasciamo correre.
Va bene.
Finché quella vecchia versione non comincia a starci stretta.
Essere conosciuti da tanto tempo non significa essere ancora conosciuti bene.
Forse dobbiamo aggiornarci a vicenda
Per anni ho pensato che essere capiti dipendesse soprattutto dagli altri.
Dal fatto che ascoltassero abbastanza.
Che fossero aperti.
Che non ci mettessero dentro una scatola.
È vero.
Ma non è tutta la storia.
Anche noi dobbiamo dire: guarda che sono cambiato.
Questa cosa oggi mi fa male.
Questa non la voglio più.
Questa invece adesso mi importa.
Non possiamo pretendere che gli altri leggano aggiornamenti che non abbiamo mai inviato.
E sì, sarebbe bello se capissero tutto da soli.
Ma purtroppo la telepatia continua a dare problemi di copertura.
Mia madre probabilmente continuerà a pensare di conoscermi.
E in parte ha ragione.
Conosce moltissimo di me.
Solo non tutto.
E forse va bene così.
Non credo che amare qualcuno significhi avere accesso a ogni stanza.
Significa, semmai, accettare che mentre lo ami continui a cambiare.
Forse le persone non smettono sempre di conoscerci. A volte siamo noi che smettiamo di aggiornarle.
