La solitudine viene spesso rappresentata in modo semplice.

Una stanza vuota. Una sedia accanto alla finestra. Una persona che guarda fuori mentre piove.

È un’immagine elegante, quasi cinematografica.

La realtà, invece, è molto meno fotogenica.

A volte la solitudine è avere una casa moderna, pulita, silenziosa, con tutto ciò che dovrebbe renderla confortevole, e svegliarsi ogni mattina con la sensazione di essere nel posto sbagliato.

La mia casa, sulla carta, funziona.

Ha una camera da letto, una cucina moderna, un ascensore, un parcheggio e perfino uno spazio comune all’aperto. È vicina alla stazione e al centro. Non ci sono vicini rumorosi, feste notturne o tubature che sembrano suonare la batteria alle tre del mattino.

Dovrei essere contento.

“Dovresti essere contento” è una delle frasi più inutili che si possano dire a una persona infelice.

Perché la felicità non è un inventario.

Non basta contare le stanze, controllare che tutto funzioni e verificare che il supermercato sia raggiungibile a piedi.

Una casa può essere perfettamente adeguata e, nello stesso tempo, completamente sbagliata per chi ci vive.

Quando mi sono trasferito qui, non l’ho vissuto come una vera scelta.

È stato più simile a un atterraggio d’emergenza. Ero arrivato in un posto sicuro, ma non era quello verso cui stavo viaggiando.

All’inizio pensi che ti abituerai.

Ti dici che il silenzio ti farà bene. Che avrai più spazio. Che potrai costruire una nuova routine, conoscere persone, ricominciare.

Compri qualche mobile.

Sposti il divano.

Metti una lampada nell’angolo giusto.

Cerchi di convincere l’ambiente, e forse anche te stesso, che ormai quello è il tuo posto.

Ma una lampada ben posizionata non crea appartenenza.

Con il tempo, la casa ha cominciato a sembrarmi meno un rifugio e più un contenitore.

I corridoi lunghi, il cemento, le porte tutte uguali, gli edifici che continuano a crescere intorno: elementi probabilmente pensati per essere pratici, moderni ed efficienti.

Eppure, quando l’umore si abbassa, anche l’architettura sembra prendere posizione.

Il cemento smette di essere un materiale e diventa una sensazione.

I corridoi sembrano più lunghi.

Il silenzio diventa più pesante.

La casa non mi trattiene fisicamente, naturalmente. La porta si apre. La stazione è vicina. Posso uscire quando voglio.

Ma sentirsi intrappolati non significa sempre non poter andare via.

A volte significa non sapere dove andare.

Per me, la città in cui ho vissuto per molti anni non è soltanto un punto sulla mappa.

È il luogo in cui ho costruito una parte importante della mia vita. È movimento, anonimato, possibilità. È poter uscire senza dover organizzare ogni cosa come una spedizione polare. È sapere che, anche quando sei solo, intorno a te la vita continua a circolare.

Nel posto in cui vivo adesso, invece, sento spesso che la giornata debba essere inventata da zero.

Quando non hai un appuntamento, un progetto preciso o qualcuno da incontrare, il tempo si allarga. Diventa una stanza in più, e anche quella va riempita.

Il problema non è il posto in sé.

Potrebbe essere perfetto per qualcun altro.

Il problema è il rapporto tra una persona e l’ambiente in cui vive. Alcuni luoghi ci calmano. Altri ci accendono. Altri ancora, senza alcuna cattiveria, ci spengono lentamente.

È difficile spiegare questa sensazione senza sembrare ingrati.

Soprattutto quando si ha una casa dignitosa e si sa che molte persone vivono situazioni ben peggiori.

Ma il dolore non è una gara.

La sofferenza di qualcun altro non trasforma automaticamente la nostra in benessere.

Possiamo essere grati per ciò che abbiamo e, nello stesso tempo, riconoscere che non ci fa bene.

Le due cose possono convivere.

Io non odio la mia casa.

Forse sarebbe persino più facile se la odiassi.

Potrei indicare un difetto evidente: una perdita d’acqua, la muffa, il rumore, qualcosa di concreto da fotografare e mostrare a qualcuno.

Invece il problema è più sottile.

Questa casa non corrisponde alla vita che sento di dover ancora vivere.

È una buona casa per una versione di me che non esiste.

Una persona più tranquilla, più domestica, meno bisognosa di contatti, stimoli e movimento. Qualcuno che trova conforto nel silenzio e non lo interpreta, dopo qualche ora, come un commento personale.

Ho provato a cambiare prospettiva.

Ho cercato di adattarmi.

Ho camminato, arredato, riordinato, iniziato progetti, interrotto progetti e poi ricominciato gli stessi progetti con un nome leggermente diverso, pratica piuttosto comune tra le persone creative e i governi.

Ma l’adattamento ha un limite.

Non sempre restare significa essere forti.

A volte significa soltanto diventare molto bravi a sopportare.

Desiderare di vivere altrove, quindi, non è per me un capriccio. Non è la ricerca di un quartiere più elegante o di una cucina più bella da fotografare.

È il tentativo di tornare in un ambiente in cui la mia vita possa avere più occasioni di muoversi.

Voglio poter incontrare persone.

Voglio sentirmi collegato alla mia storia, alla mia rete sociale, ai luoghi che conosco.

Voglio uscire di casa senza avere la sensazione che il mondo sia sempre un po’ troppo lontano.

Una casa dovrebbe proteggerci, ma non separarci dalla vita.

Dovrebbe essere il posto da cui partiamo, non quello in cui lentamente scompariamo.

La solitudine non è sempre stare da soli.

A volte è trovarsi ogni giorno in un luogo che non ci riconosce.

E continuare a chiamarlo casa soltanto perché è lì che si trova il nostro letto.

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