C’è una cosa che sarebbe piuttosto ridicola negare.
Se qualcuno leggesse una cosa che ho scritto e mi dicesse che gli è rimasta dentro, una piccola parte di me penserebbe:
Cazzo, l’ho scritta io.
E mi farebbe piacere.
Non so se questo faccia di me un narcisista. Probabilmente un po’. Ma sospetto di essere in buona compagnia.
Abbiamo trasformato il narcisismo in una specie di difetto morale, come se provare soddisfazione quando qualcuno apprezza qualcosa che abbiamo fatto rendesse automaticamente meno autentico ciò che facciamo.
Eppure passiamo buona parte della vita a dare sperando, in qualche modo, di ricevere.
Amiamo e vogliamo essere amati. Parliamo e vogliamo essere ascoltati. Facciamo qualcosa bene e ci piace quando qualcuno se ne accorge.
Perché scrivere dovrebbe essere diverso?
Scrivere e pubblicare non sono la stessa cosa
Potrei scrivere e lasciare tutto in una cartella del computer. In parte funzionerebbe comunque.
Scrivere mi sta servendo per recuperare pezzi della mia vita che avevo archiviato. Esperienze che non avevo dimenticato davvero, ma che non erano più immediatamente accessibili.
Ho bisogno di qualcosa che apra il cassetto. Una fotografia. Una conversazione. Un amico che dice: Ti ricordi quando…? Una strada, una canzone, un nome.
A volte basta pochissimo e quello che sembrava scomparso ricomincia a muoversi.
E quando ritorna non mi interessa soltanto ricostruire ciò che è successo. Mi interessa capire che cosa ne penso oggi.
La persona che ha vissuto quell’esperienza e quella che adesso la racconta sono la stessa persona. Ma non sono esattamente lo stesso uomo.
Oggi posso avere parole che allora non avevo. Posso riconoscere qualcosa che allora non ero in grado di capire.
Non provo fastidio verso quello che non avevo capito. Semplicemente, non avevo ancora gli strumenti per farlo.
Quando il ricordo appartiene all’infanzia, qualche volta arriva persino una certa tenerezza.
Poi però premo “pubblica”
Ed è lì che cambia qualcosa.
Se scrivere fosse soltanto un esercizio privato, non avrei bisogno di mettere queste parole davanti a qualcun altro.
Pubblicare significa ammettere che desidero un ritorno.
Non necessariamente voglio che qualcuno mi dica: Andrea, sei uno scrittore straordinario. Fa piacere, certo. Non siamo qui per fare i santi.
Ma c’è una frase che mi darebbe molta più soddisfazione:
Quello che hai scritto mi ha fatto vedere qualcosa della mia vita che non avevo mai guardato in quel modo.
Lì saprei che ha funzionato.
Qualcosa è partito da me ed è arrivato da un’altra parte.
Non tanto essere riconosciuto. Sapere di essere arrivato.
E allora a cosa serve lo pseudonimo?
Forse proprio a separare le due cose.
Andrea Morel è il nome che ho scelto per scrivere.
Un giorno potrei decidere di dire chi c’è dietro. Magari quando avrò esaurito gli argomenti e avrò bisogno dell’ultimo colpo di scena.
Sarebbe abbastanza divertente.
Ma per ora mi interessa di più che circolino le storie piuttosto che la mia identità.
Possiamo desiderare riconoscimento senza desiderare esposizione. Possiamo mettere qualcosa di molto personale sul tavolo e decidere comunque che una parte di noi rimanga nostra.
La paura di finire
C’è però una cosa che mi preoccupa più del numero di persone che leggeranno.
E se un giorno non avessi più niente da raccontare?
Ho avuto una vita piena, intensa. Eppure molte esperienze sono finite sotto il tappeto della memoria.
Non cancellate. Archiviate.
Per recuperarle devo cercarle. Fotografie, amici, conversazioni, luoghi possono riportarle in superficie. E spesso, tirandone fuori una, ne arriva un’altra.
Forse quindi le storie non sono una pila che diminuisce ogni volta che ne racconto una.
Scrivere mi sta insegnando dove cercarle.
E allora la paura più grande non è nemmeno quella di esaurire gli argomenti. È perdere, un giorno, la voglia di cercare.
Perché attraverso questa ricerca non sto soltanto costruendo storie. Sto recuperando parti di me.
La memoria conserva i fatti come può. Il tempo cambia chi li guarda. E forse scrivere succede esattamente nel mezzo.
Dare e avere
Alla fine torno sempre lì.
Diamo per ricevere?
Forse qualche volta sì. Ma non credo che questo renda meno vero quello che diamo.
Amare qualcuno desiderando di essere amati non rende falso l’amore. Raccontare qualcosa desiderando di essere ascoltati non rende falso il racconto.
E scrivere sperando che qualcuno, dall’altra parte, venga toccato da quelle parole non rende la scrittura un esercizio di vanità.
Forse il problema comincia soltanto quando il ritorno diventa più importante di ciò che abbiamo dato.
Io, almeno per ora, voglio continuare a cercare. A sollevare qualche tappeto. Ad aprire qualche cassetto. A scoprire cosa ricordo e, soprattutto, che cosa significa oggi quello che ricordo.
Poi metterlo qui.
Se qualcuno ci troverà qualcosa di sé, avrò ottenuto quello che cercavo.
E sì.
Cazzo, l’ho scritta io.
E credo di avere finalmente deciso che va bene così.
