Nota dell’autore: questo racconto contiene temi sessuali maturi e descrive un incontro consensuale tra adulti. Alcuni dettagli sono stati modificati per proteggere la privacy delle persone coinvolte.
La domenica pomeriggio, alle tre, non stavo cercando niente di particolare.
Non aprivo quel sito di incontri da quasi due mesi. Ci entrai più per noia che per desiderio, con la curiosità distratta con cui si apre una porta sapendo già che, probabilmente, non ci sarà nessuno dall’altra parte.
Guardai qualche profilo.
Poi vidi il suo.
Si definiva etero. Cercava donne e donne trans. Le fotografie mostravano soltanto frammenti: un corpo grande e allenato, un bel viso, abbastanza da farmi fermare qualche secondo più del necessario.
Non gli scrissi.
Pensai: perché mai dovrebbe essere interessato a me?
Non ero una donna. Non ero trans. E non avevo alcuna intenzione di trasformarmi, nemmeno grammaticalmente, per attirare la sua attenzione.
Continuai a scorrere.
Dieci minuti dopo arrivò un messaggio.
Era lui.
Mi raddrizzai sulla sedia.
Non perché la sua richiesta fosse particolarmente insolita. Nelle chat di incontri, l’insolito ha una vita piuttosto breve. Dopo qualche anno, quasi tutto finisce per sembrare amministrazione ordinaria.
Fu il modo in cui lo chiese.
Voleva sapere se mi sarebbe piaciuto praticare sesso orale a un uomo etero.
Non lo diede per scontato. Non usò il tono di chi considera la propria presenza già un favore.
Chiese.
Gentilmente.
Può sembrare poco, ma nelle chat di incontri la gentilezza è spesso la forma più rara di erotismo.
Gli risposi di sì.
Poi aggiunse una condizione.
Avrebbe potuto farlo soltanto attraverso un glory hole o in una stanza completamente buia. Non aveva mai avuto un’esperienza con un uomo e l’idea di incontrarne uno davvero — vederlo, essere visto, riconoscere fino in fondo ciò che stava facendo — lo metteva in difficoltà.
Il muro, pensai, avrebbe risolto il problema.
Peccato che io non avessi un muro.
Mi guardai intorno.
La base di una vecchia struttura del divano, una grande cornice destinata alla discarica, era appoggiata da giorni contro una parete.
La sistemai davanti alla porta della camera, la coprii con un telo di gomma nera e praticai un’apertura al centro.
Non era esattamente un capolavoro d’ingegneria.
Sembrava il risultato dell’incontro tra un arredatore molto stanco e un uomo con troppo tempo libero di domenica pomeriggio.
Ma funzionava.
Gli mandai una fotografia.
Fatto.
Non so chi dei due fosse più sorpreso.
Mi ringraziò prima ancora di arrivare. Non soltanto per aver accettato, ma per essermi preso la briga di preparare qualcosa apposta per lui.
Quella gratitudine mi colpì.
Nelle chat sessuali le persone ringraziano raramente in anticipo. Più spesso trattano il desiderio come un ordine già approvato e il corpo degli altri come un servizio sempre disponibile.
Lui no.
Continuava a chiedere.
Continuava ad assicurarsi che andasse bene.
Continuava a essere gentile.
Forse fu proprio questo a farmi sentire tranquillo.
Non il muro.
Lui.
Arrivò puntuale.
Quando sentii bussare, per un istante mi domandai che cosa stessi facendo.
Fino a pochi minuti prima tutto era esistito soltanto dentro uno schermo: un profilo, alcune fotografie, poche frasi scambiate con uno sconosciuto.
Adesso quello sconosciuto era dall’altra parte della mia porta.
Entrò senza vedere davvero il mio volto.
Non ci scambiammo una sola parola.
Non per imbarazzo.
La voce avrebbe spezzato il film che si stava costruendo nella mente. Aveva bisogno che tutto restasse sospeso: senza volto, senza nome, senza definizioni.
Io lo capii e rimasi in silenzio.
Non volevo interrompere la fantasia né ricordargli chi ci fosse dall’altra parte del telo.
Il muro gli offriva l’anonimato.
Io cercavo di offrirgli attenzione.
Per un istante sbirciai attraverso l’apertura.
Le fotografie non avevano mentito.
Era davvero un bel ragazzo: alto, robusto, allenato. Uno di quegli uomini che, incontrati in una stanza affollata, probabilmente non avrei mai immaginato potessero accorgersi della mia presenza.
Eppure era lì.
Dietro una parete improvvisata con il fondo di un vecchio divano.
La vita, quando vuole, ha un senso dell’umorismo piuttosto sofisticato.
Non potevo vedere il suo viso.
Non sapevo che espressione avesse, né quanto si stesse lasciando andare.
Potevo capirlo soltanto dal corpo.
Dal modo in cui si tendeva, si rilassava, rispondeva. Dai piccoli movimenti involontari. Dai suoni appena accennati.
Forse li tratteneva per non rompere il silenzio.
Forse non voleva sentire troppo chiaramente il piacere che stava provando.
Non potevo saperlo.
E non avevo bisogno di saperlo.
In assenza dello sguardo, il corpo diventava il suo unico linguaggio.
E io lo ascoltavo con le mani.
Non cercavo di impressionarlo.
Non stavo dimostrando nulla.
Seguivo le sue reazioni e lasciavo che fossero loro a indicarmi il ritmo.
Forse è questo che molte persone dimenticano quando parlano di piacere: prestano così tanta attenzione a ciò che stanno facendo da smettere di ascoltare la persona a cui lo stanno facendo.
Quando tutto finì, non ci furono parole.
Soltanto il rumore discreto dei suoi movimenti mentre si rivestiva, e poi la porta che si chiudeva.
Rimasi solo nella stanza.
La cornice del divano era ancora appoggiata alla porta, il telo nero leggermente fuori posto. Vista alla luce normale del pomeriggio, sembrava molto meno misteriosa.
Quasi ridicola.
Un oggetto destinato alla discarica era diventato, per meno di un’ora, il confine tra ciò che un uomo desiderava e ciò che era ancora pronto ad ammettere.
Poi il telefono si illuminò.
Mi ringraziava per come lo avevo accolto. Per la discrezione. Per il fatto di non avergli chiesto nulla.
Gli avevo detto fin dall’inizio che non mi doveva niente.
Non aspettavo che ricambiasse.
Avevo scelto di offrirgli quell’esperienza e, in un modo difficile da spiegare, il piacere che provava lui era già qualcosa che tornava a me.
Non era generosità disinteressata.
Era partecipazione.
Alcuni confondono ancora il ruolo sessuale con il carattere di una persona.
Pensano che chi dà piacere sia passivo e che essere passivi significhi essere sottomessi.
Non è così.
Un ruolo descrive ciò che si sceglie di fare in un momento. Non dice chi si è, quanto si vale o quanto potere si possiede.
Io ero lì perché avevo scelto di esserci. Il mio piacere nasceva anche dal suo. E se non avessi voluto, nessuna bellezza, nessuna insistenza e nessuna fantasia mi avrebbero convinto.
Quella domenica non avevo ceduto a qualcuno.
Avevo seguito un’intuizione.
Pensai che la storia fosse finita.
Una fantasia realizzata.
Una domenica pomeriggio leggermente più insolita delle altre.
Una cornice da divano.
Un telo nero.
Fine.
Una settimana dopo mi scrisse di nuovo.
Questa volta non c’era più la cautela esitante del primo messaggio.
Mi chiese semplicemente se fossi libero.
Gli risposi che ero fuori e che sarei rientrato più tardi.
Nel pomeriggio tornò a scrivermi.
Are you free? Can I come over?
Gli dissi di sì. Aggiunsi che presto sarei partito e sarei rimasto via per una ventina di giorni.
La sua risposta arrivò quasi subito.
Oh, really? For how long?
Era una domanda semplice, quasi banale.
Eppure mi colpì.
Per la prima volta non stava chiedendo soltanto se il muro fosse disponibile.
Stava chiedendo dove sarei stato io.
Arrivò puntuale.
La struttura era ancora lì, appoggiata alla porta della camera come una scenografia improvvisata che nessuno aveva avuto il coraggio di smontare.
Anche questa volta non ci scambiammo una parola.
Il silenzio faceva ancora parte dell’esperienza.
Non era imbarazzo.
Era coerenza.
Aveva bisogno di continuare a costruirsi il suo film senza che la mia voce lo riportasse a ciò che, almeno in quel momento, non voleva guardare direttamente.
Così gli lasciai il silenzio.
Questa volta si sdraiò sotto il telo, coperto dall’addome in su.
Non potevo vedere il suo volto.
Potevo leggere soltanto il corpo.
La tensione.
Il rilassamento.
I piccoli movimenti involontari.
I suoni trattenuti.
E io lo ascoltavo con le mani.
Quando finì, il silenzio rimase intatto.
Lo sentii muoversi dietro il telo, rivestirsi e lasciare la stanza.
Poco dopo arrivò il suo messaggio.
Honestly, I’ve never had those sensations during oral. I have no idea what you did, but it was so good.
Lo lessi due volte.
Non avevo fatto nulla che considerassi misterioso.
Nessun trucco.
Nessuna tecnica segreta.
Avevo semplicemente prestato attenzione.
Forse non era ciò che avevo fatto.
Forse era il modo in cui avevo ascoltato ciò che lui non poteva dirmi.
Era un uomo bello, allenato, probabilmente abituato a essere guardato e desiderato.
Ma essere desiderati non significa necessariamente essere ascoltati.
Nemmeno con le mani.
Gli dissi che, quando sentivo una connessione, mettevo passione e impegno in ciò che facevo. Non perché mi sentissi obbligato a compiacere qualcuno, ma perché il piacere dell’altra persona diventava parte del mio.
Lui rispose che lo aveva percepito.
Che ero, evidentemente, uno che dava.
Poi mi disse di aver apprezzato il fatto che avessi accolto in casa un perfetto sconosciuto, facendo in modo che si sentisse a proprio agio.
Scrisse:
Safe place.
Uno spazio sicuro.
Fino a quel momento avevo pensato di avergli costruito soltanto un muro.
Non avevo considerato che, visto dal suo lato, quel muro potesse sembrare anche un rifugio.
Un luogo in cui non era obbligato a spiegarsi, a scegliere un’etichetta o a guardare in faccia una parte di sé prima di sentirsi pronto.
Il muro gli permetteva di nascondersi.
Ma non lo rendeva meno umano.
In incontri come quello è facile ridurre qualcuno a un corpo, a un ruolo, a una fantasia da consumare.
L’anonimato può cancellare un volto e un nome.
Non dovrebbe mai cancellare il rispetto.
Io non potevo offrirgli la mia voce.
Potevo però offrirgli attenzione, discrezione e la certezza che, anche dietro quel muro, sarebbe rimasto una persona.
Continuammo a scriverci.
La conversazione si allontanò lentamente dal sesso e cominciò a toccare domande semplici, ma non per questo meno legittime.
Gli dissi che avevo un blog personale.
Forse, leggendo ciò che scrivevo, avrebbe potuto capire qualcosa in più di me. Non trovare risposte definitive, ma magari qualche riflessione utile alle domande che stava iniziando a porsi.
Gli mandai il link al sito di Andrea Morel.
Gli spiegai soltanto che l’uomo nella fotografia non ero io.
Era un modo per proteggermi.
E, in parte, per proteggere anche le persone che entravano nelle mie storie.
Le parole, invece, erano mie.
Quelle non avevano bisogno di un volto in prestito.
Lesse l’articolo più recente, quello sui corpi, sull’età e sul modo in cui impariamo — o non impariamo — ad abitare noi stessi.
Fu allora che mi parlò del suo lavoro.
Lavorava con uomini, molti dei quali intorno ai cinquantacinque anni, spesso ossessionati dal proprio aspetto e in lotta con il tempo, il desiderio e la paura di non essere più abbastanza.
Mi disse che ciò che avevo scritto gli sembrava coerente con quello che vedeva ogni giorno.
Non era un complimento generico.
Aveva riconosciuto qualcosa.
Poi continuò a leggere.
Mi disse che gli era piaciuta molto anche la storia di Vinarium.
Infine scrisse:
Love your writing style.
Poco dopo aggiunse:
You understand human connection.
Rimasi a fissare quelle parole.
Non aveva soltanto aperto il sito per cortesia.
Aveva seguito il filo.
Dal corpo alle persone.
Dalle insicurezze alle storie.
Dal modo in cui lo avevo ascoltato dietro il muro al modo in cui cercavo di ascoltare gli altri sulla pagina.
Forse non erano due qualità diverse.
Forse facevo entrambe le cose nello stesso modo.
Ascoltando.
Poi arrivò un altro messaggio.
Scrisse che il mondo aveva bisogno di persone capaci di esprimersi in un modo in cui gli altri potessero riconoscersi, per non sentirsi soli o sbagliati.
Aggiunse che molte persone non riuscivano a esprimersi.
Lui compreso.
La cosa che mi rese davvero felice non fu soltanto il complimento.
Fu scoprire che non mi ero sbagliato su di lui.
Fin dal primo messaggio avevo percepito qualcosa di diverso. Era diretto, ma mai arrogante. Curioso, ma non invadente. Dietro una richiesta molto esplicita avevo intravisto una delicatezza rara nelle chat di incontri.
Avevo seguito quell’intuizione.
E ora sentivo che non mi aveva tradito.
Mi fece piacere che avesse voluto leggere le mie storie.
Ma soprattutto che vi avesse trovato qualcosa di suo.
Forse era proprio questa la conferma di cui avevo bisogno.
Scrivere non significa distribuire risposte definitive.
Non ho dogmi da offrire, né vite da salvare.
Posso soltanto raccontare ciò che ho vissuto con sufficiente onestà perché qualcuno possa fermarsi, riconoscersi e magari formulare una domanda che fino a quel momento non era riuscito a esprimere.
Le risposte, quando arrivano, appartengono a chi legge.
Le mie storie possono al massimo aprire una porta.
O creare una piccola increspatura.
Un sasso lanciato nell’acqua non sa fin dove arriveranno i cerchi che ha provocato.
Forse si fermeranno quasi subito.
Forse raggiungeranno qualcuno sull’altra riva.
Quella sera avevo la sensazione che uno dei miei piccoli sassi avesse finalmente toccato l’acqua.
Ed era abbastanza.