Le app dovrebbero servire a incontrare persone.
In teoria.
In pratica, qualche volta sembrano una disciplina olimpica: salto dell’età, lancio della fotografia ritoccata, slalom tra profili senza volto.
Poi c’è la specialità più difficile: arrivare all’appuntamento sperando che dodici anni di differenza nelle foto sembrino un problema di luce.
Posso capire la paura di invecchiare.
Capisco meno il piano.
Prima o poi, infatti, bisogna aprire la porta.
Una sera, quando vivevo a Fulham, parlai con un uomo su un’app. Mi invitò a casa sua.
Quando aprì, capii subito che l’uomo davanti a me non era quello delle fotografie.
Non una versione più vecchia.
Non una versione ingrassata, dimagrita o vittima di una parrucchiera vendicativa.
Un’altra persona.
Ma oggi la cosa che ricordo di più non è nemmeno la foto falsa.
È quello che successe dopo.
All’inizio cercai di essere educato. Non volevo umiliarlo. Volevo solo trovare un modo civile per andarmene.
Poi lui cominciò ad avvicinarsi e a toccarmi, mentre io mi tiravo indietro.
Gli dissi di smetterla.
Poi gli dissi di lasciarmi andare.
La mia voce cambiò.
Non fui gentile.
Fui chiaro.
Ci sono momenti in cui essere chiari conta più che essere educati.
Per molto tempo ho pensato soprattutto all’inganno.
Adesso penso di più a un’altra cosa: a quanto siamo allenati a non mettere gli altri a disagio, anche quando il disagio è tutto nostro.
Sorridiamo.
Mediamo.
Cerchiamo la frase giusta per non ferire qualcuno che, in quel momento, non sta facendo lo stesso sforzo con noi.
Il no non ha bisogno di una spiegazione perfetta
Sulle app, come fuori, può succedere una cosa strana.
Se qualcuno ci sembra più bello, più giovane, più sicuro, possiamo quasi sentirci fortunati perché ci ha scelti.
E se ci ha scelti, magari pensiamo di dovergli qualcosa.
No.
Essere desiderati non ci mette in debito.
Essere soli non significa essere disponibili a tutto.
E il desiderio non nasce per riconoscenza.
Il consenso non è un grazie.
Possiamo cambiare idea.
Possiamo arrivare fino a una porta e decidere di non entrare.
Possiamo aver accettato un incontro e non volere quello che viene dopo.
Possiamo dire no senza preparare una presentazione PowerPoint in dodici slide.
Essere gentili non significa cedere
Per anni ho confuso, qualche volta, gentilezza e disponibilità.
Come se mettere un limite in modo netto significasse essere una persona peggiore.
Non è così.
Un limite non è un’aggressione.
È una cosa semplice: qui mi fermo.
E se qualcuno decide di ignorarlo, abbiamo il diritto di ripeterlo più forte.
Il dovere di essere sempre gentili.
Il diritto di essere chiari quando la gentilezza non basta.
Questo non significa diventare crudeli.
Significa ricordarsi che la sensibilità degli altri non viene prima della nostra sicurezza o del nostro disagio.
Con il tempo sono tornato sulle app.
Non perché abbia dimenticato quella sera.
Perché non voglio lasciare a una brutta esperienza il diritto di decidere tutto quello che viene dopo.
Non ho smesso di cercare.
Ho smesso di fare provini.
E ho smesso di pensare che un no debba essere elegante per essere valido.
Continue the Thought
Quante volte hai chiamato “educazione” il tentativo di non deludere qualcuno mentre stavi deludendo te stesso?Continua con Il diritto di… ↗