Quando aprii la porta del mio appartamento a Fulham, per un istante pensai di aver invitato l’uomo sbagliato.

Rimasi fermo con una mano sulla maniglia, cercando mentalmente di ricostruire le conversazioni degli ultimi giorni. Forse avevo confuso due profili. Forse avevo dato l’indirizzo alla persona sbagliata. Con le app poteva succedere.

Poi lui mi salutò, pronunciò il mio nome ed entrò con assoluta naturalezza.

Non avevo sbagliato uomo.

Era lui ad avermi mandato la fotografia di un altro.

Durante le nostre conversazioni mi aveva mostrato soltanto un’immagine molto normale. Io gli avevo inviato anche fotografie più private, che lui non aveva ricambiato. Diceva di essere riservato e di non amare lo scambio di immagini.

Avevo rispettato la sua discrezione.

Soltanto davanti alla porta compresi che non si trattava di discrezione. Era una sostituzione di persona.

Non era semplicemente più vecchio o meno in forma rispetto alla fotografia. Non era lui. E, per essere completamente sincero, non era nemmeno il mio tipo.

Naturalmente non dissi niente. La mia prima reazione, anche nelle situazioni più assurde, è cercare una spiegazione educata. Probabilmente tenterei di mediare anche durante l’evacuazione di un edificio in fiamme.

Lui, invece, si comportava come se tutto fosse perfettamente regolare. Si sedette accanto a me e, dopo poco, cominciò a toccarmi.

Il mio corpo si ritraeva. Spostavo le gambe, allontanavo il busto, evitavo il suo sguardo. La mia faccia doveva avere l’espressività di una porta antincendio.

Lui continuava ad avanzare.

Forse credeva che fossi troppo confuso per reagire. O troppo solo. Come se un uomo che utilizza un’app dovesse necessariamente essere disposto a fare sesso con chiunque riesca a raggiungerne il salotto.

A un certo punto gli allontanai bruscamente le mani.

Gli dissi, senza la gentilezza che mi appartiene normalmente, che doveva andarsene.

Quando la porta si chiuse rimasi in piedi nel silenzio dell’appartamento. Mi sentivo tradito, ma anche svuotato. Continuavo a ripensare al tono della mia voce, alla mia bruschezza, al modo in cui lo avevo mandato via.

Essere rude non mi appartiene. Cerco sempre di mediare, perfino nelle situazioni peggiori. Ma quello era stato un inganno completo e la sua insistenza aveva trasformato il disagio in rabbia.

Non aprii più l’app per diverso tempo.

Mi rimase però un pensiero spiacevole, uno di quelli che non siamo particolarmente fieri di ammettere.

Forse aveva scelto me perché mi considerava meno bello e quindi più facile. Forse pensava che un uomo senza il fisico da copertina dovesse essere riconoscente per qualsiasi attenzione. Che non potesse permettersi preferenze, confini o un semplice “no”.

Non so se lui lo pensasse davvero.

So però che le app sono molto brave a insinuare queste gerarchie.

Le app gay, del resto, non sono strumenti. Sono discipline olimpiche.

C’è la corsa dei cento metri del “non cerco nulla di serio”, il tuffo sincronizzato nell’indisponibilità emotiva e il lancio del giavellotto del ghosting. La gara più popolare rimane quella del messaggio visualizzato alle 21:03, seguito da un silenzio capace di sopravvivere a diversi governi.

Anch’io conosco il regolamento.

Si scelgono due fotografie nelle quali si appare leggermente migliori della media. Si scrivono tre righe che ci facciano sembrare interessanti, indipendenti e sessualmente disponibili, ma mai bisognosi. Poi ci si sistema su uno scaffale digitale, tra un torso scolpito e un uomo fotografato a Mykonos nel 2019, ancora convinto che nessuno si sia accorto del passare del tempo.

Da più di dieci anni apro le app a Londra e ritrovo gli stessi uomini.

Non lo dico in senso poetico. Intendo proprio le stesse fotografie.

Alcuni li ho incontrati una volta, forse due. Sullo schermo hanno ancora il volto, il corpo e l’illuminazione di dodici anni fa. Nel frattempo il tempo ha fatto con loro ciò che fa legittimamente con tutti noi: ha spostato qualche linea, aggiunto qualche chilo e abbassato ciò che un tempo sfidava la gravità.

Non sono le rughe o la pancia a sorprendermi. È la distanza tra l’uomo annunciato e quello che poi arriva all’appuntamento.

Mi domando perché continuino a farlo. Forse hanno paura che il loro volto attuale riceva meno attenzione. O forse quella vecchia fotografia è diventata una specie di documento d’identità rilasciato dalla nostalgia.

Mi chiedo anche quale sia la reazione di chi li incontra per la prima volta. Possibile che nessuno dica mai: “Perdonami, ma questa fotografia dev’essere stata scattata prima dell’inaugurazione dello Shard”?

Forse la buona educazione protegge tutti.

Oppure, nella singolare economia delle app, certi attributi particolarmente generosi non conoscono età e, con un piccolo intervento di diplomazia farmaceutica, continuano a funzionare come passe-partout universali.

Anche il corpo invecchia.

È la pubblicità che si rifiuta di farlo.

Poi si continua a scorrere.

“No fem.”
“No fat.”
“No old.”

Come se le persone fossero allergeni da segnalare sul retro di una confezione.

Per anni ho partecipato anch’io. Mi sono entusiasmato, offeso, divertito e stancato. Ho aspettato risposte che non sono mai arrivate e ignorato uomini ai quali avrei potuto almeno rispondere con gentilezza.

Le app non tirano fuori solamente il peggio degli altri. Qualche volta mostrano anche il nostro.

Dopo i cinquanta, però, il gioco cambia.

Non perché si diventi improvvisamente saggi. Quella sarebbe una conclusione molto elegante e completamente falsa. Semplicemente si comincia ad avere meno energia da investire nella propria pubblicità.

Ogni tanto un uomo molto più giovane mi scrive chiamandomi “daddy”, con l’entusiasmo di chi abbia scoperto una bottiglia d’annata in fondo a una cantina.

Il complimento non mi dispiace. Sarebbe ipocrita sostenere il contrario.

Ma spesso non stanno cercando un uomo. Cercano un personaggio: qualcuno sicuro, esperto e perfettamente a proprio agio con l’età. Una fantasia senza bollette, esitazioni o ginocchia che scricchiolano salendo le scale.

Io, invece, ho già interpretato abbastanza ruoli. Non voglio diventare il personaggio secondario nella sceneggiatura erotica di qualcun altro.

Gli uomini più vicini alla mia età attraversano le app in maniera diversa. Hanno una specie di stanchezza aristocratica. Conoscono il gioco troppo bene per crederci completamente, ma non abbastanza da abbandonarlo.

Uno scrive: Just seeing what’s out there.

La frase compare sul suo profilo da quattro anni.

Eppure, dopo qualche settimana, riaprii l’app.

Non perché avessi dimenticato quello che era accaduto a Fulham. E nemmeno perché fossi disposto ad accettare chiunque.

La riaprii perché quell’uomo non rappresentava tutti. Sulle app esistono persone genuine, uomini che utilizzano fotografie recenti, rispettano un rifiuto e riescono persino a sostenere una conversazione senza inviare immediatamente una fotografia del proprio apparato riproduttivo.

Sono più difficili da trovare, ma esistono.

Forse continuiamo ad aprire quelle app perché, dietro i corpi, le fotografie d’epoca e le battute mal riuscite, sopravvive ancora una possibilità.

La speranza è l’applicazione più ostinata: continua a funzionare in background anche quando siamo convinti di averla chiusa.

Non necessariamente cerco il grande amore ogni volta che guardo uno schermo. Possono esserci curiosità, sesso, noia o il semplice desiderio di sentirsi ancora desiderati.

Ma essere disponibili non significa essere disperati.

Non avere un corpo da copertina non significa dover accettare l’inganno.

E la gentilezza non è un’autorizzazione a oltrepassare i nostri confini.

Non ho smesso di cercare.

Ho smesso di fare provini.

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