Non ho mai amato essere definito attraverso una sola parte di me.
Sono un uomo.
Ho amato uomini, ho vissuto relazioni, paure, libertà e giudizi che appartengono anche alla storia delle persone omosessuali. Ma non considero il mio orientamento una categoria capace di spiegare tutto ciò che sono.
Le persone hanno bisogno di dare un nome alle cose.
A volte quei nomi aiutano a riconoscersi, a trovare una comunità e a non sentirsi soli.
Altre volte diventano scatole.
Io non voglio negare ciò che sono, ma non voglio nemmeno essere ridotto a un’etichetta.
Per questo non mi interessa raccontare la vita gay come uno stile di vita fatto di locali, feste, moda e immagini colorate.
Mi interessa tutto ciò che esiste intorno alle vite delle persone.
Il modo in cui una città può accoglierti e, nello stesso tempo, farti sentire in pericolo.
Le angherie subite in silenzio.
Le relazioni nascoste.
Le famiglie che hanno accettato e quelle che hanno respinto.
Le persone che hanno rischiato il lavoro, la casa, la reputazione e qualche volta la vita soltanto per poter esistere senza mentire.
Mi interessano le tragedie che una città preferirebbe dimenticare.
Le vittime.
Le vite sfiorate dalla violenza.
E le persone che hanno avuto il coraggio di metterci la faccia quando farlo non garantiva applausi, ma poteva attirare odio.
Anche il Pride nasce da questa storia.
Non lo sento vicino quando si limita a essere una festa di colori, travestimenti e marchi commerciali in cerca di una fotografia rassicurante.
Ma non dimentico ciò che rappresenta.
La festa ha senso quando conserva la memoria.
La libertà di ballare in strada esiste perché, prima, qualcuno è stato arrestato, picchiato, ricattato o ucciso per aver cercato di vivere apertamente.
La gioia non cancella il sacrificio.
Dovrebbe ricordarlo.
Non voglio gridare con orgoglio per dimostrare di esistere.
Voglio poter esistere senza dovermi giustificare.
E voglio raccontare le vite di chi ha reso possibile questa libertà, senza trasformarle in slogan e senza usare il dolore come decorazione.
Non per stabilire chi sia migliore o peggiore.
Non per accusare un paese e assolverne un altro.
Voglio osservare come cambiano le città, le leggi e le persone: Londra, l’Italia, l’Europa e i luoghi in cui la libertà viene promessa, tollerata, difesa oppure ancora negata.
Le leggi possono cambiare prima degli sguardi. Gli sguardi, qualche volta, cambiano prima delle leggi. Nessun paese possiede una risposta perfetta e nessuna conquista è definitiva.
Andrea Morel non racconta una categoria.
Racconta esseri umani, memoria e libertà conquistata.
Per ricordare che il progresso non è un regalo ricevuto.
È una strada aperta da qualcuno che spesso ha pagato il prezzo prima di noi.